#Fuoriporta, la litigiosità per un pallone: buon segno, lo dice anche la Storia
Valentino Mazzola, capitano del Torino, qui in un’amichevole a Lovere il 17 agosto del 1947

#Fuoriporta, la litigiosità per un pallone: buon segno, lo dice anche la Storia

Nella rubrica di Fabio Monti, il difficile momento contemporaneo e il riferimento di decenni addietro: quando, dopo la Seconda guerra mondiale, i dissapori per le scelte calcistiche accompagnarono l’Italia fuori dalla crisi

Sono giorni bui, schiacciati da questa terza guerra mondiale, che è la pandemia da Covid-19. Bisogna farsi coraggio in tutti i modi, magari guardando al passato, anche a quello di un pallone che rotola. Sono trascorsi 75 anni dall’11 novembre 1945, la domenica del ritorno in campo della nazionale italiana di calcio, tre anni e mezzo dopo l’ultima esibizione, Italia-Spagna 4-0 a San Siro (19 aprile 1942), davanti a 55 mila spettatori. A sette mesi mesi dalla fine della guerra, gli azzurri avrebbero dovuto ripartire ancora da Milano e ancora contro gli spagnoli, che però avevano rinunciato, per il veto del generalissimo Franco. Mentre riprendevano la vecchia denominazione sociale Ambrosiana, Genova e Milano (Inter, Milan e Genoa), la Federcalcio lavorava in ambito Fifa per ottenere una pronta riabilitazione internazionale per l’Italia. Un salvagente venne lanciato dalla federazione svizzera, che invitò gli azzurri a giocare a Zurigo nel giorno di San Martino. La decisione degli elvetici suscitò una valanga di proteste, che animarono il comitato esecutivo della Fifa in Lussemburgo, dove però l’abilità dei dirigenti italiani, i titoli mondiali vinti nel 1934 e 1938, la situazione particolare del Paese con la sollevazione popolare post 8 settembre 1943 consentirono all’Italia di evitare l’epurazione, toccata provvisoriamente a Germania e Giappone. La partita con gli svizzeri venne preparata in fretta da un irritato Vittorio Pozzo, che avrebbe voluto lavorare con più tranquillità. Interpretando le difficoltà del momento, il c.t. mise in piedi una squadra che aderiva al Sistema, con ben sette giocatori del Torino (vincitore dello scudetto del 1943) e con lo stesso attacco del 1942: Sentimenti IV in porta; poi Ballarin, Maroso, Castigliano, Parola e Grezar; in avanti, Biavati, Loik, Piola, Valentino Mazzola e Ferraris II. La partita finì 4-4, davanti a 25 mila spettatori: doppietta di Biavati, reti di Loik e Piola (su rigore) e diede un forte segnale di rilancio, nonostante le parole di Pozzo: «Mancano le leve di quattro o cinque stagioni. Un vuoto enorme». Un ulteriore segnale che l’Italia si stava rimettendo davvero in moto venne però dalle vibranti polemiche nate dalla partita giocata a Locarno in contemporanea da una rappresentativa dell’Italia del Nord: schierata con il Metodo aveva battuto la Svizzera B 4-1. Il sistema, o WM, era stato lanciato dal tecnico dell’Arsenal, Herbert Chapman, nel 1928 ed era un 3-2-2-3; il Metodo era antecedente, al punto da essere considerato il primo serio tentativo di organizzazione del gioco: squadra molto allungata con due difensori, tre mediani e cinque attaccanti, poi divenuti tre, con due mezzali alle spalle. E quando si litiga per il pallone è sempre un buon segno.


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