#Fuoriporta, la Brianza mondiale dell’atletica con Tortu e Giorgi a Doha
Filippo Tortu ai Mondiali di Doha, in Qatar

#Fuoriporta, la Brianza mondiale dell’atletica con Tortu e Giorgi a Doha

Nella rubrica di Fabio Monti, le imprese che lasciano il segno delle stelle del nostro territorio. In Qatar, un serbatoio di talenti per i colori Azzurri, grazie anche alle imprese dei due giovani brianzoli

Sono i giorni della grande atletica, con l’edizione numero 17 del Mondiale, collocato fuori stagione, per resistere al clima del Qatar. Al fresco dello stadio (3.000 bocchettoni garantiscono una temperatura di 26 gradi) o al caldo della strada, trascinare l’Italia fin qui è stata la Brianza, nel nome e nel segno di Eleonora Anna Giorgi e di Filippo Tortu. È la storia che si ripete: il primo degli undici ori mondiali conquistati dall’Italia, 36 anni fa (Helsinki), è legato al nome di Alberto Cova, nato a Inverigo il 1° dicembre 1958 e primo mei 10.000 dopo una rimonta quasi impossibile. Quattro anni dopo, dalla Brianza era arrivato nei 3.000 siepi l’oro di Francesco Panetta, anche lui come Cova allievo del leggendario Giorgio Rondelli. Panetta, nato a Siderno, salito al Nord in cerca di fortuna, era approdato a Milano e sbocciato atleticamente fra la pista del XXV Aprile, vicino a San Siro e i prati del parco di Monza, dove ha macinato chilometri in quantità industriale.

Un percorso analogo lo ha fatto Eleonora Anna Giorgi, nata Milano il 14 settembre 1989, ma cresciuta a Cabiate, 7.050 abitati, nella Brianza comasca, 16 chilometri da Monza. Marciando nelle strade intorno al XXV Aprile, Eleonora ha costruito il terzo posto di Doha, nella gara più lunga fra le 24 del programma femminile: la 50 chilometri, conclusa in 4.29’13”. Già è una gara massacrante per definizione, ma diventa una sfida per la sopravvivenza se si deve marciare di notte, con il termometro prossimo ai 40 gradi e una umidità del 74%. Non è un caso che Eleonora Anna, allieva di Gianni Perricelli, argento mondiale nella 50 km nel 1995, abbia impiegato 25 minuti in più del suo record personale, che poi è anche primato europeo (4.04’50”, a metà maggio in Coppa Europa). Ha bevuto fra gli 8 e i 10 litri di acqua, per due volte ha rischiato di fermarsi (problemi allo stomaco), ha visto le cinesi che scappavano, ha prima difeso e poi consolidato il terzo posto è alla fine ha avuto ragione lei, capace di operare una sintesi vincente fra cuore, testa e gambe (5.500 chilometri coperti nella stagione), fra razionalità (è laureata alla Bocconi), coraggio e un po’ di incoscienza. E chissà se riuscirà a ripetersi ai Giochi olimpici di Tokyo, ad agosto 2020. Non perché manchi la volontà, ma perché, al momento, la 50 km di marcia femminile non è inserita nel programma olimpico.

Trentadue anni dopo Pierfrancesco Pavoni, l’Italia è tornata ad essere rappresentata nella finale dei 100 metri e anche in questo caso ci ha pensato un brianzolo doc, con decisive origini paterne sarde, anzi della Gallura, terra che unisce uno dei materiali più duri e resistenti, il granito, con quello più leggero e friabile, cioè il sughero: Filippo Tortu ha chiuso al settimo posto nei 100 in 10”07, unico bianco fra gli otto finalisti e unico vero europeo (Hughes, sesto, che corre per la Gran Bretagna, è nato in Giamaica) dopo una stagione non facile (un infortunio muscolare al meeting di Stanford il 30 giugno lo ha bloccato per un mese). Nell’appuntamento più difficile, Tortu, che si ispira a Livio Berruti, ha fatto vedere la differenza che intercorre fra un buon velocista e un campione. Non aveva entusiasmato in batteria, e tutti pensavano che mai sarebbe arrivato fino in fondo: invece si è scatenato in semifinale e ha corso una gran finale, chiusa con un tempo che è il suo migliore nella stagione e che vale il 9”99 del suo record italiano di Madrid (22 giugno 2018). L’impresa di Tortu ha ricordato quella del primo Mennea che, nel 1971, all’Europeo di Helsinki aveva stupito tutti, arrivando sesto nei 200 (e terzo con la staffetta 4x100). Un anno dopo, il 4 settembre 1972, sarebbe salito sul podio olimpico dei 200 metri, alle spalle di Borzov e di Black. I 200, senza che nessuno si offenda, sono la gara più adatta a Filippo e l’anno prossimo ci sono i Giochi olimpici. Viva la Brianza che non molla mai


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