#FuoriPorta in ricordo di Mario Corso, il piede sinistro di Dio
Inter Mario Corso anni 70 - foto Wikipedia

#FuoriPorta in ricordo di Mario Corso, il piede sinistro di Dio

Fabio Monti ricorda Mario Corso, scomparso a 78 anni.

In 112 anni di storia, l’Inter ha avuto moltissimi buoni giocatori, tanti campioni, un discreto numero di fuoriclasse e poi Mario Corso, che alle 6.30 dell’ultimo giorno di primavera ha chiuso gli occhi, due mesi prima di compiere 78 anni (era nato il 25 agosto 1941).

Un genio assoluto, il Leonardo Da Vinci in maglia nerazzurra, arrivato all’Inter a fine primavera del 1958, insieme con il portiere Da Pozzo e la mezz’ala Guglielmonj, proveniente dall’Audace di San Michele Extra, provincia di Verona. Costo dell’operazione: 9 milioni di lire.

A scoprirlo era stata il dottor Giulio Cappelli: si era fermato a bere un caffè mentre stava andando a Venezia a un matrimonio. A fianco c’era un campo di calcio, buttò un occhio e vide un ragazzino, con colpi formidabili: «C’è qualche parente qui?». Un signore gli disse: «Quello è suo padre». Cappelli lo avvicinò: «Mercoledì accompagni a Milano suo figlio, per provare con l’Inter, questi sono i soldi per il viaggio».
Così Corso si vestì di nerazzurro, quando ancora non aveva 17 anni e al primo collaudo al campo della «Forza e Coraggio» era presente la famiglia Moratti al completo, entusiasta di quel fenomeno tutto sinistro, che ubriacò il suo marcatore, a forza di finte e di diavolerie, al punto da mandarlo fuori dal campo per la disperazione.

Subito titolare, Corso sarebbe rimasto all’Inter fino al 1973, quando Herrera, al rientro, dopo cinque anni, riuscì nell’operazione più volte tentata ai tempi della Grande Inter: la cessione (al Genoa), ma solo perché il presidente non era più Angelo Moratti, ma Fraizzoli. In nerazzurro ha vinto tutto (4 scudetti, 2 Coppe dei campioni e 2 Intercontinentali, 414 partite e 75 gol in campionato) ed era così diabolico, stregonesco, immaginifico in campo, che su di lui sono fiorite leggende di ogni tipo. Per esempio che non corresse oppure che cercasse l’ombra di San Siro, ai primi caldi.

In realtà, correva e soprattutto faceva correre il pallone. Herrera, che stravedeva per Facchetti e Suarez, non sopportava la sua personalità, il suo essere fuori dal coro, lo spirito libertario e in definitiva la sua grandezza, ma era ampiamente ricambiato, al punto che un giorno spiegò perché l’Inter avesse perso lo spareggio con il Bologna: «Perché Bernardini era più bravo di Herrera».
In mezzo c’era la gag di ogni estate: Herrera ne chiedeva la cessione, sapendo che Moratti non sarebbe mai stato sfiorato dall’idea di venderlo. Il destro gli serviva per salire sul tram, ma a chiamarlo il piede sinistro di Dio era stato il ct di Israele, dopo una strepitosa doppietta in nazionale (23 presenze e 4 gol). Pelé lo voleva al Santos, mentre Moratti lo aveva quasi convinto a trasferirsi all’Inter, «così puoi giocare con Corso».

Il suo gol più bello nel 1961 contro la Roma: «Scarto in pochi metri Pestrin, Giuliano e Fontana e faccio passare il pallone sotto la pancia di Cudicini». Il suo gol più importante a Madrid, sotto la pioggia, nello spareggio per l’Intercontinentale del 26 settembre 1964 contro l’Independiente. La sua magia resta la punizione a foglia morta del 12 maggio 1965, quella dell’1-0 al Liverpool. Per illustrarne la grandezza, bastano le parole pronunciate un giorno da Carlo Tagnin: «Quando Suarez era in giornata, cioè quasi sempre, si poteva anche pareggiare; se Mariolino era ispirato, si vinceva di sicuro; non c’era possibilità di salvezza per gli avversari».

Era l’ultimo uomo nella recita della formazione della Grande Inter, che ha già perso nel tempo, Sarti, Facchetti, Tagnin, Picchi, Milani e ora Corso, dopo Angelo e Gianmarco Moratti, Herrera e l’avvocato Prisco. Il tempo scappa via e non si riesce a fermarlo.


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