#Fuoriporta, il vocabolario del calcio: tra marcature preventive, forcing e quinti
Nevio Scala, allenatore del Parma che vinse il 12 maggio 1993 la Coppa delle Coppe contro l'Anversa

#Fuoriporta, il vocabolario del calcio:
tra marcature preventive, forcing e quinti

Nella rubrica FuoriPorta, il giornalista Fabio Monti analizza i cambiamenti del lessico calcistico e del suo racconto, tra il contropiede diventato ripartenza alla melina che è più chic definire tiki-taka. Le ultime novità del gergo pallonaro e la sintesi di Nereo Rocco.

Negli ultimi ventinove anni, dalla fine di Italia 90 a oggi, il calcio è stato rivoluzionato, con continue modifiche alle regole di gioco. Ma è molto cambiato anche il modo di analizzarlo e raccontarlo. Il «taca la bala», inaugurato da Helenio Herrera il 1° agosto 1960 nel ritiro di San Pellegrino, è diventato il pressing degli olandesi, poi del Milan di Sacchi, infine di mezzo mondo, per dire della necessità di recuperare il pallone, quando è nei piedi degli avversari, nel minor tempo possibile. Per qualche tecnico, l’esasperazione del pressing, questo mordere le caviglie e strappare ha contributo a distruggere il talento e la fantasia, ma questa è un’altra storia. Il forcing è diventato «la squadra che attacca a pieno organico» e allora si parla di marcature preventive, che poi sarebbe l’attenzione a non sbilanciarsi troppo e a lasciare sempre uno o due difendenti a presidio degli ultimi 20 metri, nel caso in cui la squadra avversaria riconquisti il pallone e riparta con rapidità. In contropiede? Una volta. Da Sacchi in poi, il termine è passato in disuso; da anni si parla di ripartenze, che è un modo più colto per esprimere lo stesso concetto. La «melina» di una volta è diventata il possesso palla. In passato avere il pallone voleva dire promuovere iniziative soprattutto verticali, adesso l’obiettivo è quello di evitare che finisca all’avversario: se è fatto ad alta velocità, il risultato è il tiki-taka del Barcellona di Xavi e Iniesta (con davanti Messi), altrimenti c’è la tentazione di cambiare canale.

L’ultima novità sono «i quinti», che poi sarebbero i due esterni di difesa, in aggiunta ai tre centrali. Devono difendere e spingere, come facevano Benarrivo e Alberto Di Chiara nel Parma di Nevio Scala. Di catenaccio non parla più nessuno, anche se si fa, in base al vecchio teorema di Trapattoni, secondo il quale «le idee sono tante, ma palla è una sola e se gli altri ti mettono alle corde, ti devi difendere». Terzini e ali si sono trasformati in esterni bassi e alti, con un difetto: i primi sanno difendere poco e i secondi non attaccano bene. Va molto di moda l’attaccante che allunga la squadra o che aiuta i compagni, ma è quello che gli allenatori hanno sempre cercato: una punta che non fosse un palo della luce in mezzo al campo avversario. Più è trovarla. La sintesi di tutte queste teorie è nelle parole di Nereo Rocco: «Una squadra perfetta deve avere un portiere che para tutto, un assassino in difesa, un genio a centrocampo, un «mona» che segna e sette asini che corrono».


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