#Fuoriporta, il corto circuito normativo e il calcio che riparte: Monza, che sollievo
Lo stadio Brianteo, qui la scorsa estate in occasione del turno di Coppa Italia del Monza con l’Alessandria

#Fuoriporta, il corto circuito normativo e il calcio che riparte: Monza, che sollievo

Nella rubrica di Fabio Monti, il pallone che si rimette in moto tra paradossi e controsensi, non ultimo quello nato dal caso di positività al Covid di un giocatore del Venezia. Per i biancorossi, se non altro, la Serie B già conquistata toglie il peso di doversi preoccupare di governance sportiva

Meno male che il destino del Monza è già definito. La serie B è in cassaforte e si può pensare al futuro. Perché del domani nel pallone non v’è certezza, come si è capito analizzando gli accadimenti delle ore precedenti alla ripresa dei due campionati maggiori. Venerdì 12 giugno, i vertici del pallone si erano convinti che i criteri legati alla quarantena di un giocatore trovato positivo al Covid-19 fossero cambiati: non più lo stop generalizzato, ritiro per tutti, allenamenti individuali e niente partite, ma una strada alternativa, per consentire alle squadre con un positivo di continuare ad allenarsi in gruppo e di giocare in campionato.

La scoperta che il terzino del Venezia, Gian Filippo Felicioli, era risultato positivo al coronavirus, ha creato il caos. Non per lo stato di salute del giocatore (è asintomatico e sta bene), ma perché il Comitato tecnico scientifico ha chiarito che la norma emanata l’11 maggio non è mai stata modificata: «Qualora anche un solo membro del gruppo risulti positivo al tampone, tutti gli altri componenti dovranno da quel momento essere oggetto delle misure che valgono per ogni persona residente in Italia». Dunque, nessuna quarantena soft.

Ci si è accorti all’improvviso che il via libera medico-scientifico per consentire alle squadre di giocare comunque in campionato «dopo aver verificato la negatività di tutti gli altri membri del gruppo» andava a sbattere con il decreto legge del 16 maggio. Così in queste ore ci si è messi a lavorare per cambiare in fretta il decreto, in modo da ripartire comunque, ma è evidente che si tratta di una enorme forzatura, fatta per di più a tempo scaduto.

Non ci poteva muovere prima? Altro problema: il club, che ha nelle proprie fila un positivo, dovrebbe restare in ritiro per 14 giorni e svolgere il test rapido (esito in quattro ore), prima di ogni partita e per la durata di due settimane. Chi guida il calcio e tanto si è battuto per ricominciare dovrebbe avere il coraggio di dire che allo stato nessun test rapido ha ottenuto la validazione del Ministero della salute e che questo test non può essere fatto ovunque. D’altra parte un Paese che si preoccupa di far ripartire i campionati e non la scuola è senza futuro. Ma non lo ha nemmeno il calcio, se a guidarlo sono questi dirigenti.


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