#Fuoriporta, i Giochi di Edoardo Mangiarotti: tra pedana e articoli per La Gazzetta
Edoardo Mangiarotti in pedana

#Fuoriporta, i Giochi di Edoardo Mangiarotti: tra pedana e articoli per La Gazzetta

Nella rubrica “Fuori porta” di Fabio Monti, il ricordo di Edoardo Mangiarotti: il brianzolo di Renate che più di ogni altro ha vinto nella scherma tricolore. Alternando i suoi successi ai rimbrotti per quei “pezzi” inviati in ritardo sui suoi successi appena ottenuti.

Il 1919 è l’anno dei fuoriclasse. Fra il 26 gennaio, il giorno di Valentino Mazzola e il 15 settembre nel segno di Fausto Coppi, ecco il 7 aprile di cento anni fa. A Renate, nel cuore della Brianza, nasce Edoardo Mangiarotti, la lama più brillante d’Italia. Nelle cinque edizioni dei Giochi olimpici alle quali partecipa (dal 1936 al 1960), vince 13 medaglie (sei d’oro, cinque d’argento e due di bronzo) e nessuno in Italia ha vinto tanto. In più ci sono 13 titoli mondiali e altri 13 podi. Per questo resta il più titolato azzurro di sempre, l’unico che per due volte viene scelto come portabandiera olimpico, prima a Melbourne 1956, nell’immenso Cricket Ground e poi a Roma 1960. Figlio del maestro Giuseppe e fratello di Dario e Mario, sfrutta subito gli insegnamenti del padre, che aveva partecipato all’Olimpiade di Londra 1908 e che gli insegna a sfruttare la guardia mancina. Esordisce in nazionale nel 1935; un anno dopo, a Berlino, contribuisce alla vittoria azzurra nella spada a squadre, insieme con Saverio Ragno, il padre di Antonella e di Giovanni Cornaggia Medici. Anni dopo, fra i mille aneddoti della sua carriera, racconterà: «È stata quella del 1936 l’Olimpiade che amo di più. Forse perché avevo appena compiuto 17 anni ed era la mia prima grande avventura. Al Villaggio olimpico, c’era la televisione via cavo e a noi sembrava qualcosa di miracoloso». Mangiarotti perde due Olimpiadi per la guerra; nel 1948, conquista due argenti e un bronzo, ma non è contento. Il suo anno è il 1952, Helsinki diventa la terra promessa. Il podio della spada è un affare di famiglia: oro per Edoardo, argento per Dario. Nel fioretto è d’argento, sconfitto dal francese Christian D’Oriola, che non riuscirà mai a battere. Nel 1948, Gianni Brera lo ha convinto a scrivere di scherma per la Gazzetta dello Sport (la collaborazione andrà avanti per 25 anni) e la sera dell’argento, invece dei complimenti, si becca una tirata d’orecchi: «Sbrigati, scrivi, dove sei stato fino ad ora?», gli dicono dalla redazione. E lui: «Scusate, ma prima ero in pedana e poi sul podio». Il pezzo arriva e va in prima pagina: un racconto di esemplare chiarezza, scritto con stile limpido e prosa anglosassone. Il campione ha preso congedo dalla vita a 93 anni, il 25 maggio 2012, due mesi prima di andare a Londra, per seguire quella che sarebbe stata la 21ª Olimpiade della sua vita. Ma gli inglesi non avevano dimenticato la sua grandezza: nei giorni olimpici, la stazione della metropolitana di Haggerstone era stata intitolata a Edoardo Mangiarotti. Inarrivabili. Lui e loro.


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