Storia della schiscetta: com’è nato uno degli oggetti simbolo delle fabbriche e del lavoro
La schiscetta di Caimi Brevetti di Nova Milanese

Storia della schiscetta: com’è nato uno degli oggetti simbolo delle fabbriche e del lavoro

Per tutto il mese di gennaio è stata esposta nella sede di Assolombarda, come oggetto simbolo delle imprese lombarde. Il Cittadino ha ripercorso la storia della schiscetta, dalla nascita per intuizione del novese Renato Caimi (Caimi Brevetti) a chi l’ha utilizzata in fabbrica.

È bastato un sobbalzo del tram nel tratto tra Nova Milanese e Milano e il genio di Renato Caimi si è messo all’opera. La schiscetta, oggetto che nell’immaginario collettivo di una generazione ha segnato un’epoca, è nata così, nel primo dopoguerra, grazie a una intuizione del fondatore della Caimi Brevetti di Nova Milanese, azienda brianzola leader nel design a livello mondiale.

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Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, e Gianni Caimi, amministratore delegato Caimi Brevetti S.p.A., con la ‘prima schiscetta’

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, e Gianni Caimi, amministratore delegato Caimi Brevetti S.p.A., con la ‘prima schiscetta’

Lo racconta il figlio, Gianni Caimi, amministratore delegato dell’azienda dopo che con gennaio un modello del portavivande è stato esposto all’ingresso della sede milanese di Assolombarda nell’ambito del progetto “Forse non tutti sanno che..” ideato per mettere in evidenza oggetti simbolo dell’industria e della cultura.

«Mio padre si trovava sul tram - racconta Gianni Caimi - Allora tutto lo usavano per andare a Milano a studiare o lavorare. A un certo punto la vettura ha preso un dosso e un pentolino con la minestra è caduto sul cappello di un viaggiatore».

Tanto è bastato per pensare a un contenitore ermetico che mettesse al riparo da questi inconvenienti. E, infatti, nel 1952 la Caimi ha brevettato la schiscetta, cambiando le abitudini di lavoratori e studenti che l’hanno utilizzata per le loro pause pranzo.

La semplice esposizione del modello originario in Assolombarda ha scatenato siti e social: un segno che non si tratta di un oggetto come un altro, ma che è entrato nel cuore di molti, scatenando ricordi legati soprattutto agli anni del boom economico. Ne sono state fatte diverse versioni.
La prima era tutta in alluminio, materiale che è rimasto almeno per l’involucro esterno, ma sono stati usati anche altri materiali come il vetro. Inventore, designer, produttore e distributore è stato comunque Renato Caimi, che oggi, vicino ai 92 anni, pur senza avere incarichi operativi in azienda è ancora presidente della Spa e, dall’alto della sue esperienza, non lesina consigli.

«Assolombarda ha scelto la schiscetta - spiega Gianni Caimi - come simbolo di Milano, del lavoro di Milano».

Un simbolo fatto proprio dalla gente comune e riconosciuto anche dal museo del design della Triennale di Monza dove il portavivande ha trovato posto nell’esposizione. All’inizio degli anni ’50 la Caimi aveva appena iniziato, oggi i suoi prodotti sono conosciuti, e premiati, in tutto il mondo. Recentemente l’azienda ha vinto il German Design Award, il “premio dei premi”, il ventisettesimo riconoscimento internazionale assegnato ai pannelli fonoassorbenti brevettati dall’impresa. L’impresa brianzola si è anche assicurata il Compasso d’oro, una sorta di Oscar del design.

«La “schiscetta” nacque per rispondere a un bisogno concreto e poi è diventata un’icona del design. Perché il design in Brianza non è stato mai solo un traguardo della bellezza. In Brianza il collegamento fra l’utilità e il design è, ed è sempre stato, strettissimo perché una cosa deve essere prima di tutto funzionale, e poi bella».
Anche Carlo Edoardo Valli, vice presidente della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza, Lodi, ha reso omaggio alla schiscetta e a Caimi Brevetti che «ha saputo trovare soluzioni originali a problemi quotidiani dalla antica “schiscetta” ai moderni pannelli fonoassorbenti».

Per Tino Perego, ex segretario della Fim Cisl di Monza, parlare di schiscetta vuol dire ricordare il lavoro in fabbrica fino all’inizio degli anni 70, quando grazie anche alle richieste del sindacato, le grandi fabbriche (ma anche in quelle medie e più piccole) si attrezzano per realizzare le mense interne.

«Quando lavoravo alla Falck nelle fabbriche di Sesto (dove erano occupati molti brianzoli nda) la usavano i turnisti e le persone che non abitavano vicino. C’erano delle vasche con acqua riscaldata da serpentine. Le schiscette venivano messe lì, in caldo. Poi si prendevano posate e tovagliolo portati da casa e ci si metteva a mangiare e a scambiare quattro chiacchiere».

Prima di allora non c’erano alternative: per pranzo o si andava a casa o si mangiava fuori, in trattoria, sfruttando l’ora di pausa, oppure, se si abitava lontano, ci si portava il cibo da casa. I turnisti, poi, avevano 20-30 minuti compresi nel turno di lavoro: per loro la schiscetta era quasi una necessità. Alla mattina i primi cominciavano a mangiare verso le 11, a ruota tutti gli altri, scaglionati per non fermare gli impianti. La sera l’orario di cena scattava verso le 19-19.30.

«Ce n’erano di diversi tipi - prosegue Perego - le schiscette rotonde ma anche a due piani: nella parte sotto si metteva il primo, in quella sopra il secondo con il contorno». Rotonde oppure ovali, coi ganci laterali per la chiusura tipo quelli usati per il contenitori delle conserve, le schiscette rappresentano uno dei simboli di quel periodo, quando le fabbriche erano piene e l’economia viaggiava con il vento in poppa.


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