#Morosininpista: in Stiria dominano le Mercedes. I motivi del disastro Ferrari
Leclerc in azione

#Morosininpista: in Stiria dominano le Mercedes. I motivi del disastro Ferrari

Hamilton e poi Bottas mettono il sigillo sul Gp austriaco. Tiene banco la crisi Ferrari: Leclerc e Vettel sono usciti dopo essersi toccati per un errore del primo in partenza. Ma quello che più preoccupa è la mancanza di idee chiare, a partire dall’organizzazione del lavoro di squadra

Doppietta Mercedes nel GP di Stiria, doppione dell’Austria di domenica scorsa. Stavolta Lewis Hamilton non ha avuto difficoltà a vincere, dominando la gara che nel finale ha visto la rimonta di Bottas su Max Verstappen terminati nell’ordine. La gara, però, si è movimentata al via quando un botto fratricida dopo poche centinaia di metri fra Charles Leclerc e Sebastian Vettel ha tolto di scena le due Ferrari. Una partenza, quella di Leclerc in cui ha cercato l’impossibile, ha visto un buco alla destra del compagno di squadra che stava per affrontare la curva a destra e ha creduto di poter passare.

Magari pensando che il tedesco gli avrebbe dato strada. Invece Vettel, che aveva un avversario alla sua sinistra, ha percorso la propria traiettoria chiudendo, penso con un po’ di cattiveria, la curva: il monegasco si è infilato, con la ruota anteriore sinistra ha divelto l’ala posteriore della Rossa del compagno: fuori entrambi, per le Rosse corsa finita.. Non temo smentite: quella di Leclerc è stata una manovra disgraziata, da principiante e non da pilota insignito dei gradi di capitano della Ferrari. Pessimo come l’azione di Leclerc è stato il commento tecnico su Sky di Marc Gené: “Quando si parte dietro questi rischi si corrono”. Marc Gené veste, anche in cabina di commento, la divisa Ferrari: giustificare un errore di questo genere come rischio di “corsa” produce solo giudizi negativi nei confronti non solo di Gené ma anche di Sky che lo ingaggia e, presumo, lo stipendia. Perché dietro Vettel sono partiti in dieci, non ci sono stati incidenti se non quello fra le due Ferrari e Perez ultimo in griglia dopo una quindicina di giri era già ottavo e sesto al traguardo finale; e poi, dopo la partenza Leclerc aveva ben 70 giri per passare, senza danni, il compagno di squadra.

Sono caduto dalle nuvole quando ho sentito Mattia Binotto, dopo aver ammesso le responsabilità di Leclerc, dire parole ovvie: “Dobbiamo lavorare a Maranello e migliorare la vettura prima possibile. Ho parlato con entrambi i piloti, non c’è nessun problema tra loro. Charles si è assunto le sue responsabilità, Sebastian era dispiaciuto. In questa fase della stagione era importante conquistare punti, il rammarico è nel non aver completato la gara con entrambe le monoposto, non aver corso e visto la vettura in condizioni di asciutto. Non è stato possibile confrontare la monoposto sulla stessa pista, in gara, dopo appena una settimana. La prima cosa da fare, ora, è capire l’origine del problema perché si può progredire solo individuando il problema stesso. Bisogna essere aperti in questa fase, guardare e analizzare il tutto nella situazione giusta perché può anche essere che non si tratti di un problema nella vettura ma di metodologia”.

Stabilito che le colpe di Leclerc sono evidenti, l’ingegner Binotto ha sul groppone la colpa di non saper gestire una coppia piloti che, chiaramente, non può stare insieme. Forse il tecnico ferrarista si è dimenticato che nel GP del Brasile della passata stagione i due si erano urtati finendo entrambi fuori gara, riproporli anche in questa stagione dopo aver comunicato a Vettel di cercarsi un posto per il 2021 è stato un errore colossale, magari preso dal vertice della Ferrari ma condiviso da Binotto. Meglio sarebbe stato dire subito a Vettel: questo è il compenso pattuito, grazie e arrivederci. E dare immediatamente il posto a Carlos Sainz jr: si sarebbero annullate vecchie frizioni, i ruoli sarebbero stati precisi e inequivocabili anche con la macchina poco competitiva che la Ferrari ha presentato in questo inizio di mondiale.

Ma Binotto mi ha ancor più sbigottito quando l’ho sentito dire che “bisogna analizzare il tutto nella situazione giusta perché può anche essere che non si tratti di un problema nella vettura ma di metodologia”. Ma allora, alla Ferrari finora cos’hanno fatto? Hanno analizzato il problema nella direzione sbagliata? E come si può analizzare un problema che non si conosce nella direzione giusta se non si conosce in quale direzione si debba analizzare? Capisco di essere una sorta di dantesco Pier delle Vigne, ma quando un errore viene giustificato con il non averlo, forse, analizzato correttamente, vorrei proprio sapere quale strada la Ferrari batterà per migliorare la macchina.

Il miei dubbi nascono dal fatto che quest’anno corre la stessa monoposto della passata stagione, ma non quella strepitosa utilizzata e vincente a Spa, Monza e nella storica doppietta del GP di Singapore; bensì l’altra, quella che nelle ultime sei gare ha ottenuto solo quattro podi e quattro ritiri; quella che indusse Verstappen alla dura critica sulla legalità del motore di Maranello senza che la Ferrari denunciasse il pilota olandese ma definendo le sue parole, per bocca di Binotto, “inopportune”.

In altre parole, la macchina di quest’anno ha difficili margini di miglioramento, i tifosi della Rossa se lo augurano ma il pessimismo è d’obbligo. Se il malanno è nella vettura, nei quattro mesi che sono seguiti ai test di Barcellona, a Maranello poco hanno fatto perché evidentemente non si è capito il problema da risolvere. Che non è nella monoposto soltanto, ma anche nell’organizzazione della squadra.

La squadra Ferrari di Mattia Binotto è organizzata orizzontalmente, il peggio che in formula 1 si possa immaginare. Le squadre vincenti sono organizzate in maniera verticale: il team principal comanda e gestisce, il direttore tecnico distribuisce i compiti e coordina i responsabili dei settori motori, telaio, aerodinamica, cambio e via dicendo. Senza dualismi di incarichi e cariche. Erano organizzate verticalmente la Lotus di Colin Chapman, la Tyrrell di Ken Tyrrell, McLaren di Ron Dennis, la Brabham di Bernie Ecclestone, la Williams di Frank Williams, la Ferrari di Jean Todt, la Mercedes di Toto Wolf. Tutte squadre che, a cicli, in formula 1 hanno dominato. Mentre la Renault degli anni ’80, pur con piloti del calibro di Alain Prost e René Arnoux e con investimenti cospicui, non ha mai vinto il mondiale di formula 1 proprio perché scuderia organizzata troppo aziendalmente, e quindi orizzontalmente.

La conclusione è che se il presidente della Ferrari non si affretterà a investire i soldi necessari per riprendere concetti ormai assodati in formula 1, e cioè verticalizzare la squadra con gente ad hoc, che sappia cioè dove operare per vincere le corse, difficilmente la squadra di Maranello potrà riproporsi come quella che vinse titoli mondiali ai tempi di Michael Schumacher e, soprattutto, Jean Todt, diventato, dopo quei successi, presidente della Federazione internazionale.


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