Monza: l’innovazione del San Gerardo-Bicocca contro l’insufficienza respiratoria da Covid pubblicati da Lancet
La terapia intensiva del San Gerardo nella prima ondata Covid (Foto by Martina Santimone per Areu)

Monza: l’innovazione del San Gerardo-Bicocca contro l’insufficienza respiratoria da Covid pubblicati da Lancet

Una delle più importanti riviste medico-scientifiche del mondo, Lancet, ha pubblicato i risultati delle innovative ricerche di San Gerardo-Bicocca di Monza contro l’insufficienza respiratoria provocata dal Covid-19.

L’ospedale San Gerardo all’avanguardia nel trattamento dei pazienti colpiti da insufficienza respiratoria da Covid 19. Un successo riconosciuto anche dalla comunità scientifica internazionale con la pubblicazione di uno studio su Lancet, una delle più importanti riviste medico-scientifiche al mondo. Come noto, uno dei sintomi principali e più gravi del virus è l’insufficienza respiratoria da polmonite bilaterale, che ha per immediata conseguenza una ridotta ossigenazione del sangue con sofferenza d’organo.

Un’adeguata ossigenazione del sangue è fondamentale per il mantenimento della nostra integrità funzionale e fisica. Grazie a una felice intuizione, frutto di una lunga esperienza nel trattamento dell’insufficienza respiratoria, il team di clinici-ricercatori dell’ospedale San Gerardo - Bicocca, coordinati dai professori Giuseppe Foti e Giacomo Bellani, ha sperimentato con successo l’impiego della tecnica di pronazione dei pazienti in ventilazione spontanea “con pressione positiva continua”.

Questa tecnica prevede l’utilizzo di un casco, comunemente detto “scafandro”, in grado di mantenere un ambiente ad elevata tensione di ossigeno e a pressione positiva durante tutto il ciclo respiratorio, la cosiddetta Cpap. La pressione positiva continua, permette di mantenere aperti gli alveoli polmonari, sede dello scambio dei gas respiratori con il circolo capillare, e migliorare l’ossigenazione nei pazienti in cui il semplice ricorso ad ossigeno supplementare si è dimostrato insufficiente. Insieme all’uso del casco, i medici monzesi hanno pensato di associare, per almeno tre ore al giorno, la pronazione, una metodica che prevede la respirazione spontanea con Cpap a “pancia in giù”.

Il cambio della posizione respiratoria può, infatti, permettere una migliore distribuzione tra le zone aerate del polmone e il circolo capillare, favorendo quindi l’ossigenazione del sangue. L’applicazione di tale metodica, che non era stata mai sperimentata nei pazienti colpiti da insufficienza respiratoria da infezione da Covid-19, non solo si è dimostrata realizzabile, ma ha prodotto risultati Incoraggianti. I pazienti dimostravano un rapido miglioramento dell’ossigenazione in posizione prona, miglioramento che si manteneva nella metà di loro una volta riposizionati, in particolare in quei malati che presentavano livelli più elevati degli indici infiammatori, segno di malattia severa, e in quelli in cui la pronazione veniva applicata precocemente durante il ricovero ospedaliero.

I risultati ottenuti dai ricercatori monzesi sono stati pubblicati da una delle più prestigiose riviste internazionali, Lancet, e hanno suscitato l’immediato interesse della comunità scientifica internazionale che ha rapidamente accolto l’innovativa proposta e riprodotto i risultati in successive ricerche cliniche. Pochi giorni fa lo stesso gruppo multidisciplinare di ricercatori ha pubblicato i risultati relativi all’efficacia dell’impiego del casco Cpap nei reparti di degenza ordinaria, al di fuori dunque della Terapia Intensiva. È emerso che in oltre i due terzi dei casi l’applicazione del casco Cpap ha permesso di evitare il ricovero in Terapia Intensiva, il ricorso all’intubazione tracheale e l’impiego di un ventilatore. La Cpap è stata mantenuta pressoché continuamente per sei giorni, con un costante miglioramento dell’ossigenazione e una riduzione dei sintomi di affanno respiratorio.

«La stretta collaborazione tra personale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e ospedaliero della ASST Monza – ha commentato il direttore generale Mario Alparone - consuetudine ben consolidata presso l’ospedale di Monza, ha permesso, anche in questa occasione, di offrire cure innovative ai pazienti più gravi colpiti dal nuovo virus».


© RIPRODUZIONE RISERVATA