Monza, accusato di violenze dall’ex fidanzata dopo 4 anni arriva l’assoluzione
Un'aula di tribunale

Monza, accusato di violenze dall’ex fidanzata dopo 4 anni arriva l’assoluzione

Nove anni in primo grado e in appello, una “doppia conforme” apparentemente granitica contro la quale il suo legale ha presentato un ricorso in Cassazione. La Suprema Corte: «Ha considerato inattendibile il racconto della parte offesa». All’Appello bis la assoluzione: “Il fatto non sussiste”.

“Il fatto non sussiste”. Come dire: non è mai accaduto. Una frase, quella pronunciata dal Presidente della Seconda sezione della Corte d’Appello di Milano, il 15 ottobre, che potrebbe aver scritto la parola fine a una vicenda processuale, durata 4 anni, grazie alla caparbietà di un legale che, «per ristabilire la verità», è stato costretto a «lottare fino alla fine», ad arrivare alla Corte di Cassazione con un ricorso che, sulla carta, sembrava destinato al fallimento. Un epilogo che ha consentito a un quasi trentenne di vedere riconosciuta dai giudici milanesi dell’Appello bis la propria innocenza da reati pesantissimi.

L'avvocato Marco Martini

L'avvocato Marco Martini

Di origini albanesi, papà camionista e mamma addetta alle pulizie, ha trascorso un anno e mezzo in detenzione per violenza sessuale e sequestro di persona. Arrestato il 26 maggio del 2017 su ordine del Gip di Monza, il 7 novembre del 2018 venne condannato in primo grado a 9 anni (a fronte dei 13 chiesti dall’accusa), anche per stalking e lesioni. Ad accusarlo l’ex fidanzata, una studentessa che iniziò a frequentare quando entrambi erano giovanissimi. Alla Polizia disse che l’aveva soggiogata a forza di minacce, costretta ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà, malmenata, e, in una occasione, segregata per due giorni e due notti in una cantina. E ancora, successivamente, al termine della relazione, perseguitata e minacciata nuovamente.

«Quella di primo grado era stata una sentenza basata sull’incidente probatorio» dice il legale dell’imputato, Marco Martini. Una condanna confermata, identica, anche in Appello, il 5 febbraio 2020. Una “doppia conforme”, detta in linguaggio “legalese”, nel 99% dei casi scritta sulla pietra, che Martini ha tuttavia deciso di mettere in discussione attraverso un ricorso in Cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza d’Appello.

Ebbene, il 18 novembre del 2020 quell’annullamento è arrivato: «La Suprema Corte ha smontato le due sentenze e annullato tutti i capi di reato considerando non attendibile il racconto della parte offesa», dice il legale. Una prima vittoria in attesa dell’Appello bis, ad aprile di quest’anno, con la prima udienza, e una successiva a giugno, fino all’epilogo, il 15 ottobre scorso, quando un collegio composto da tre donne, dopo 3 ore di camera di consiglio: «ha pronunciato l’assoluzione da ogni accusa perché il fatto non sussiste, non c’è un “mostro”». Tutto finito? «Non si tratta ancora di una pronuncia definitiva» ma l’avvocato, e naturalmente prima di lui il suo cliente, ci sperano.

Per le motivazioni occorrerà attendere 90 giorni, mentre la Procura Generale potrebbe a sua volta di nuovo rivolgersi nei 45 successivi alla Suprema Corte. «Per ristabilire la verità – dice ancora Martini – abbiamo dovuto lottare fino alla fine, a tutto campo, e siamo dovuti arrivare fino alla Corte di Cassazione. Se tutto sarà effettivamente concluso, resta un ragazzo che deve ritrovare una vita normale, anche se, purtroppo, in casi del genere l’onta spesso rimane anche in caso di assoluzione».


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