Afghanistan, la “lista S” di Selene Biffi salva 20 persone dai talebani
Selene Biffi a Kabul

Afghanistan, la “lista S” di Selene Biffi salva 20 persone dai talebani

L’imprenditrice sociale di Mezzago Selene Biffi è riuscita far partire 20 persone dall’Afghanistan grazie all’aiuto di tanti che hanno accolto il suo Sos.

La lista S, la lista di Selene. La lista di 20 persone che ora sono salve in Italia! Selene Biffi la monzese residente a Mezzago ,imprenditrice sociale, che per 12 anni ha fatto avanti e indietro dall’Afghanistan dove ha lavorato e ha creato una scuola di cantastorie, è riuscita a salvare dai talebani facendole volare in Italia 20 persone, tra cui tante ragazze, che laggiù avrebbero rischiato la vita. Ha messo in campo tutte le sue competenze e le sue conoscenze e ce l’ha fatta. Venti persone grazie a lei sono atterrate in Italia.

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È lei stessa a raccontarlo su facebook: «Le famiglie hanno finito lo screening a Fiumicino, e sono ora in un Hub della Croce Rossa per la quarantena» scrive Selene che appena qualche giorno fa aveva scritto: «“Dica loro di avere un segno distintivo, una ‘S’, e che gridino il suo nome per farsi riconoscere una volta che si trovano nel canale di fronte a noi. Così sapremo che sono le persone della lista di Selene”. Sono una semplice cittadina che, alle elezioni del 2013, ha rifiutato le offerte di vari partiti politici per un seggio in Parlamento e, invece, è partita da sola per Kabul per aprire una scuola e insegnare il mestiere di cantastorie a ragazzi disoccupati, grazie al supporto ricevuto tramite il “Rolex Awards for Enterprise”.

Per sette anni, la Qessa Academy (l’Accademia delle Storie) di Kabul ha offerto istruzione tecnica gratuita, ed insegnato a ragazzi e ragazze ad usare le storie - elemento privilegiato della cultura afghana - per creare sviluppo e impiego a livello locale. Per l’unicità e l’impatto di questo progetto, ho ricevuto - insieme alla mia squadra - moltissimi riconoscimenti, tra cui il “Mother Teresa Social Justice Award” in India, premio già assegnato al Dalai Lama e Malala. “Sorella, in nome di quanto hai di più caro e per Allah, ti prego, aiutami”. “Miss Selene, ho paura, portami via di qui”. “Sono stato un tuo studente, non abbandonarmi”.

Negli ultimi giorni, ho perso il conto delle richieste di aiuto ricevute e mi sono rifiutata di stare con le mani in mano mentre il Paese che amo e che tanto mi ha dato - l’Afghanistan - sembrava tornare indietro alla parte più oscura della sua storia. Tutto é partito con un’offerta d’aiuto arrivata su Facebook da Andrea Pignataro, poi Giovanni Lattanzi di AOI (Associazione Ong Italiane) mi ha subito detto di fare una lista con i nomi di tutti quelli che dovevano partire. Giovanni e AOI hanno smosso per me mari e monti a Roma, rendendosi reperibili h24.

Sempre reperibile è stato anche un amico dell’Arma - conosciuto quando ancora lavoravo in Somalia anni fa - che ha prontamente chiesto ai colleghi a Kabul se potessero dare una mano. Pur non conoscendomi, hanno lavorato incessantemente e hanno fatto l’impossibile per recuperare “quelli con la ‘S’”. Gli eroi di questa storia sono dunque tutti loro che, a Roma, Kabul e altrove, per senso di umanità e giustizia, mi hanno aiutata a portare via dall’Afghanistan 20 persone, tra cui molte ragazze. Dopo quasi due giorni d’attesa nell’hangar degli Italiani, le famiglie sono partite. “Sorella, ti voglio bene, io e la mia famiglia non dimenticheremo mai né te né gli Italiani, siete stati gli unici ad aiutarci, ci sentiamo presto Inshallah”, mi scrive una ragazza. Intanto, il mio telefono non smette di suonare e vibrare, le richieste continuano ad arrivare da chi, dentro e fuori dall’Afghanistan, ha sentito raccontare dai parenti di “una ragazza in Italia e dei suoi amici che aiutano il popolo afghano”. E, se le 20 persone ora in viaggio per l’Italia potranno presto cominciare una nuova vita, sono milioni quelli che saranno costretti a rimanere in Afghanistan, quelli che diventeranno rifugiati in Pakistan e Iran, quelli che rischieranno la vita per cercare un futuro migliore in viaggi della speranza verso l’Europa o altrove. Ovunque si troveranno, non possiamo smettere di aiutarli».


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