Il 25 aprile del Cittadino: quando i fascisti chiusero il giornale
La prima pagina del Cittadino di Monza e Brianza che determinò la chiusura del bisettimanale nel 1944 (Foto by Redazione online)

Il 25 aprile del Cittadino: quando i fascisti chiusero il giornale

“il Cittadino” non fu mai un giornale ben visto da fascisti. E dopo due tentativi falliti negli anni Venti, nel 1944 arrivò l’ordine di chiusura in seguito ad un articolo non gradito. La storia del bisettimanale di Monza e Brianza raccontata da Giancarlo Nava.

“il Cittadino” non fu mai un giornale ben visto da fascisti. Giù in due precedenti occasioni, nel 1923 e nel 1924, gli squadristi fecero incursioni in tipografica provocando seri danni, ma non l’interruzione delle pubblicazioni, cosa avvenuta nel 1944 in seguito ad un articolo non gradito alle autorità gerarchiche in camicia nera.

Sul numero del 15 aprile 1944 – riferisce Carlo Villa – Paolo Cenci, in un pezzo di prima pagina dal titolo “I cattolici italiani di oggi di fronte all’Italia di oggi”, alla domanda “se in questa disgraziata Italia esiste, sia pure un tentativo o un’ombra qualsiasi di autorità che non sia in contratto con le nostre idee cattoliche, con in principi del Vangelo, con tutta la tradizione cristiana”, rispondeva: “Innanzitutto esiste un governo di fatto. Di fronte ad un tale governo (io dico il mio parere personale) si deve poter seguire l’insegnamento dell’etica cristiana: al governo di fatto, qualora questo non sia stato eletto dal popolo, è obbligatorio obbedire in tutto ciò che riguarda il bene comune: ma aiutare un tale governo, affinché si conservi e si consolidi, non è obbligatorio né lecito”.

La cosa non incontrò ostacoli alla preventiva censura nazista di Milano, dove era d’obbligo sottoporre in anteprima in visione le bozze del giornale. Non passò inosservata, invece, a quella severissima del ministero repubblichino dell’Interno che decretò senz’altro la soppressione del giornale.
Ma il provvedimento, impegolatosi nei meandri delle buracrazia alquanto inceppata, non giunse mai a Monza e “il Cittadino” continuò tranquillamente ad uscire, Avviò, anzi, una pratica per poter ritornare alla periodicità da quindicinale a settimanale. Ma proprio in seguito all’avvio della pratica, giunta questa sul tavolo del ministro Arrigo Solmi, ci si accorse – fascicolo alla mano – che il giornale usciva senza autorizzazione dopo che era decretata la sua soppressione in aprile, ed eravamo in agosto. Questa volta il provvedimento giunse davvero a Monza e, in assenza del direttore don Giovanni Casati, toccò a Carlo Battistoni recarsi al commissariato a sottoscrivere la comunicazione. Le pubblicazioni si conclusero con il numero del 19 agosto 1944.

Gli amministratori del giornale non si dettero per vinti e, il 4 gennaio del 1945, nelle edicole monzesi apparve “La Domenica del popolo”, il settimanale de “L’Eco di Bergamo” che ospitava in una sua particolare edizione la cronaca di Monza e di Lissone. I numeri successivi portarono la data del 18 gennaio, 1 e 15 febbraio, 1-15 e 29 marzo, quest’ultimo con un lungo servizio sull’entrata di don Florindo Spinelli nella parrocchia di San Gerardo.

Le difficoltà nel reperimento della carta, costringe il giornale orobico a cessare l’abbinamento. Si cerca un alternativa che viene trovata nella ospitalità de “L’Ordine della domenica”, il supplemento settimanale del quotidiano cattolico di Como. Ma gli eventi precipitano.

Arriva il 25 aprile e il Cittadino non si fa cogliere impreparato. In data 28 aprile è in edicola il numero 1 della nuova serie. In prima pagina un editoriale del direttore, don Antonio Colombo, dal titolo “Riprendendo”. I guai per la testata non sono però finiti.

Dopo la pubblicazione di 12 numeri, arriva un altro stop dall’autorità “per non aver osservato certe forme volute dalla nuova burocrazia”. Su “il Duomo” dell’8 settembre leggiamo: «… le modeste funzioni del Bollettino parrocchiale salgono all’onore ed al ruolo di supplemento straordinario pel Congresso Eucaristico Diocesano Milanese in seguito alla soppressione del nostro settimanale “il Cittadino”».

Riprende l’emigrazione verso Como per riagganciarsi all’Ordine della domenica che ritorna nelle edicole monzesi per sette settimane. Il 6 dicembre 1945, esce il primo numero de “L’Araldo” bisettimanale di Monza e Circondario. In prima pagina, scrive l’arciprete mons. Giovanni Rigamonti: «… Persone, istituzioni e mezzi, tutti e tutto, devono diventare araldi di vita. “il Cittadino” fu sempre tale. Chiamiamolo dunque così, ora che dura necessità di cose ci impone di mutare il suo nome. Cari monzesi ed abitanti tutti del circondario, gente profondamente cattolica e sinceramente amante di quel sacro suolo che soltanto nella pratica del Vangelo si onora e si innalza al cospetto dei popoli, accogliete volentieri il vostro glorioso settimanale e, nel nome di Cristo, per la soluzione di qualunque problema religioso e sociale, diventi ogni giorno di più - mantenga o cambi il nome, secondo le circostanze e gli eventi il desiderato e sicuro Araldo».

Vengono pubblicati i numeri del 13 e 23 dicembre e del 3 e 10 gennaio 1946. La settimana successiva i monzesi ritrovano nelle edicole il “loro” giornale “il Cittadino”, rivista di Monza e circondario, anno 2 numero 3. Il 9 febbraio, c’è un cambio nella testata, a sottolineare le difficoltà di ripresa della pubblicazione. Sotto il nome del giornale, sparisce la dizione rivista e appare le dicitura ”bisettimanale politico-religioso di Monza e circondario”. Anche l’anno di fondazione si rifà all’agosto del 1898.
Sette giorni dopo, avviene un’altra modifica con la scomparsa del sottotitolo. Il numero del 16 febbraio 1946 segna la definitiva e regolare ripresa delle edizioni.


© RIPRODUZIONE RISERVATA