I ristoratori vanno in piazza anche a Monza: «Lo stop alle 18 è non lavorare»
E’ possibile che i ristoratori scendano in piazza sabato 31 ottobre

I ristoratori vanno in piazza anche a Monza: «Lo stop alle 18 è non lavorare»

Tanti locali sono però già in lockdown. Chiusa in settimana anche la Pizzeria del centro. «Questa scelta di governo è una forzatura», dice il presidente dell’Unione commercianti di Monza e del circondario Domenico Riga.

Cuochi, camerieri, baristi, imprenditori: il mondo della ristorazione è pronto a scendere in piazza anche a Monza. Si sta organizzando per manifestare, pacificamente e secondo le disposizioni anti Covid-19, contro le nuove restrizioni, perché «chiudere alle 18 vuol dire non lavorare». I dettagli «sono in fase di definizione con la questura - spiega Vincenzo Butticè, responsabile per l’area di Monza e Brianza di Fiepet, l’associazione che rappresenta i pubblici esercizi di Confesercenti - Abbiamo pensato a sabato 31 ottobre: se la manifestazione, che abbiamo previsto nel cuore della città, dovesse diventare ufficiale per dopodomani lo comunicheremo appena possibile». Se non si riuscisse per questo sabato, si troverà presto un’altra data: «L’importante è far sentire la nostra voce».

Intanto un fatto è certo: all’ora di pranzo tanto ristoranti e locali abitualmente aperti sono invece chiusi. Si vede in centro, si vede in via Bergamo, dove pure si nota almeno un cartello “vendesi”. Chiusa anche la Pizzeria del centro: non è chiaro se e quando riaprirà, forse a pranzo nel weekend. «Questa scelta di governo è una forzatura», commenta il presidente dell’Unione commercianti di Monza e del circondario Domenico Riga. «Meglio: è la forzatura delle forzature - ribadisce - perché per chi, nell’ambito della ristorazione, negli ultimi mesi ha sempre lavorato rispettando le regole, è veramente assurdo ora ritrovarsi anche a chiudere prima».

Secondo Riga per arginare la diffusione del contagio bisognerebbe trovare soluzioni differenti: «Grazie alla collaborazione delle forze dell’ordine, sarebbe più utile controllare meglio la movida: concentrarsi nelle zone dove effettivamente si creano assembramenti. Sappiamo bene quanto la situazione sia complicata, ma - prosegue - imporre prima il coprifuoco e poi la chiusura anticipata, non rappresenta solo una soluzione semplicistica: è anche di un espediente distruttivo per le nostre imprese». Lunedì, all’indomani del decreto, il presidente della sezione locale dell’Unione commercianti ha proposto, piuttosto, «di sanzionare per bene i ristoratori che non rispettano le regole anti Covid-19, piuttosto che far chiudere tutti indiscriminatamente alle 18». Fondamentale, allora, procedere al risarcimento di tutte le attività obbligate allo stop.

Un’ipotesi, secondo Riga, potrebbe essere quella di verificare quanto incassato l’anno scorso in questo stesso periodo e di restituire almeno il 70%. «Il centro studi di Confcommercio ipotizza che, a livello nazionale, entro la fine dell’anno circa 270mila micro e piccole imprese commerciali potrebbero chiudere - prosegue - La situazione è complicata anche nel nostro territorio e per rendersene conto basta contare il numero di negozi chiusi e di locali sfitti nel centro di Monza. Quello che ci aspetta sarà un mese di passione». Nemmeno Gabriela Ada Rosafio, delegata territoriale per Confesercenti, usa mezzi termini: «È un disastro - commenta - Ci troviamo oggi con categorie fondamentali come quelle dei ristoratori e dei pubblici esercizi impossibilitate a lavorare: si tratta di un danno che si riflette sull’intera economia. E non comprendo, allora, come mai i ristoratori siano stati obbligati a mettere in campo così tanti investimenti se ora si ritrovano a chiudere alle 18».

Anche Rosafio è categorica: «Alla prima ondata della pandemia non eravamo preparati - commenta - Adesso, però, non possiamo pensare che siano risoluzioni del genere a risolvere l’emergenza sanitaria». Per tutelare gli imprenditori colpiti dalle nuove restrizioni «sono necessari ristori immediati: stop al pagamento delle tasse per il biennio 2020-21 e poi una loro rateizzazione in cinque anni. Sì a una cassa integrazione pari al 100% dello stipendio. Altrimenti il rischio, concreto, è che questa volta scoppi davvero la rivolta».


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