“Diverso da chi?”: l’ufficio disabili con i gradini e altre avventure

“Diverso da chi?”: l’ufficio disabili con i gradini e altre avventure

LEGGI Tutte le puntate - Diverso da chi?”, la rubrica di Nicolò Cafagna. Con franchezza e (molta) ironia racconta la sua vita con disabilità. L’ufficio disabili con i gradini e altre avventure della città inaccessibile.

La seconda data del nostro tour in onore dell’argomento preferito dagli esemplari di disabile, sua maestà l’accessibilità - conosciuta in Italia sotto lo pseudonimo di inaccessibilità -, riprenderà a cantar(le) da Monza e si concluderà nella terra dei tulipani.

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Dopo aver sviscerato “Le mirabolanti avventure della stazione”, volgeremo la nostra attenzione al “Fu l’elemento cittadino di pregio” sul tema: l’ufficio disabili. Elemento, questo, che avrebbe permesso alla città famosa per i (non) ministeri dalla Lega di competere per il primo premio al concorso “Comicità al servizio della disabilità”. Compito del suddetto ufficio è affrontare le problematiche inerenti la disabilità, e quel birichino del Comune pensò bene di ubicare l’ufficio in un edificio non accessibile: 5 gradini, rigorosamente senza rampa e pedana.

Se certamente qualcuno di voi si starà sganasciando dalle risate, qualcun altro si starà indignando, mentre il sottoscritto ritiene questa scelta lungimirante: l’inaccessibilità dell’edificio rappresentava già di per sé la prima problematica che doveva trattare l’ufficio, quindi lavoro assicurato; inoltre avrebbero tenuto impegnata la comunità che rappresento a lamentarsi - perché, si sa, gli esemplari di disabile non fanno nulla dall’alba al tramonto e viceversa; infine l’assurdità della situazione avrebbe dato motivi per sorridere e per lavar via quel velo di tristezza disegnato sul viso dei miei stessi esemplari - perché, si sa, i sofferenti per definizione soffrono. La problematica venne risolta in soli pochi anni: grazie ad attenti studi e al rimpatrio di alcuni cervelli si capì che non era l’edificio adatto a ospitare tale ufficio.

Ora, invece, passeremo a un classico italico urbano, a cui anche l’unica città italiana che si macchiò di regicidio non si sottrae: gli attraversamenti pedonali a pernacchia. Ovvero rampa per scendere dal marciapiede presente, ma non per salire dall’altra parte della strada: così quando si approda all’altra sponda si provano gli stessi sentimenti di chi è vittima di pernacchia. Perché gli “Attraversamenti pernacchia” sono come un ponte che termina a metà, ma del resto dalla vita non si può avere tutto: chi si accontenta, finisce investito.

Passiamo a un altro classico italico urbano: i divieti “Paga chi non c’entra”. Codesti divieti mirano a impedire l’accesso, per esempio, in aree pedonali a biciclette o motorini, ma di fatto escludono le carrozzine. Anche la città di Gianni Bugno, per non sfigurare, rispetta questa tradizione, in particolare se dal Parco di Monza si vuole raggiungere i Giardini reali: un cartello vieta chiaramente l’ingresso alle biciclette. Tuttavia per rendere più esplicito il divieto il Comune ha fatto installare una sorta di tornello, perché mai più una bicicletta passasse di lì. Quando feci questa scoperta, mi misi subito in modalità “camionista per le strade di un borgo medioevale” e provai il passaggio a Nord Ovest: purtroppo mi incastrai quasi subito. Allora passai alla modalità “frate certosino” e riuscì a scongiurare la chiamata al “carro disabili”. Ed ecco puntuale la beffa: mentre digerivo la resa vidi arrivare la carovana del Giro d’Italia, che in meno di 5 secondi passò a nord ovest. Io, invece, mi sentii come Fantozzi, il primo Fantozzi diversamente inabile…

Giunge ora il momento di salutare Monza: Amsterdam ci aspetta. Nella capitale olandese mi recai da giovincello per studiare gli effetti delle droghe leggere sul corpo umano (cosa non si fa per la scienza) e dove un amico regalò la più grande perla mondiale sull’argomento. La location: un coffee shop; obiettivo: contribuire alla scienza; necessità: orinare al più presto (io e l’altro amico disabile presente). Per assolvere quanto prima alla pressante minzione chiedemmo a un amico, bipede attivo, di verificare l’accessibilità del bagno: carico di questa responsabilità, partì in ricognizione. Di ritorno dalla missione, il ricognitore dichiarò: «Ho una notizia buona e una cattiva». Incuriositi dall’inaspettata affermazione, io e l’altro carrozzato - da inguaribili ottimisti - volemmo subito sapere la lieta novella: «Il bagno è accessibile», affermò solennemente il ricognitore. Se entrambe le vesciche cominciarono i caroselli post vittoria ai mondiali, io e l’amico - da inguaribili pessimisti - chiedemmo allora qual era quella cattiva: «Per raggiungere il bagno c’è solo da fare una scalinata». Quest’ultima notizia lasciò di sasso la comunità disabile presente, mentre la comunità urologica all’unanimità dichiarò: «Che ricognitore». L’affermazione, invece, entrò a pieno titolo nell’archivio storico dell’accessibilità come la più grande perla, del “perla”.

(“Diverso da chi?” vi saluta perché parte per le vacanze: si recherà a Panama, dove ha dei conti in sospeso, e vi dà appuntamento a settembre, non mancate).

(*pubblicata su il Cittadino di Monza e Brianza del 2 giugno 2016)


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