“Diverso da chi?”: il bon ton del dialogo non prevede “Stai in gamba”

LEGGI Le puntate precedenti - “Diverso da chi?”, la rubrica di Nicolò Cafagna. Con franchezza e (molta) ironia racconta la sua vita con disabilità. La sesta puntata esaurisce l’argomento di frasi e parole da dire o non dire.
“Diverso da chi?”: il bon ton del dialogo non prevede “Stai in gamba”

Termina oggi il nostro viaggio, cominciato nella puntata precedente, alla scoperta delle parole o frasi da non dire in presenza (ma anche in assenza) di un esemplare di disabile. Nel viaggio di andata il sottoscritto – indegno rappresentante della categoria dei “Pigri a 4 ruote” – ha dovuto specificare che non siede su una “sedia elettrica”, ma su di una carrozzina elettrica; che ha capacità decisionali, quasi quanto Roosevelt; che non è consigliato chiedergli quando esce: «Dove ti portano?», ma «Dove vai?»; e che, con ogni probabilità, ha qualche problema ad attraversare la strada.


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Il viaggio di ritorno, invece, muoverà le sue prime ruotate trattando un argomento sul quale l’umanità nei secoli dei secoli è apparsa pressoché insensibile, ovvero quello relativo all’Altissimo. Perché sembra che chi viva in condizioni di estrema “sofferenza”, come il disabile che si cela dietro queste parole, debba per forza di cose credere in Lui e che nei Suoi confronti non possa neanche essere scettico, come se questo fosse un lusso concesso ai sani : «Come puoi pensarla così? Dovresti andare in chiesa, soprattutto tu, altrimenti il Signore come fa ad aiutarti?», che è proprio quello che mi chiedo io: «Come fa ad aiutarmi?». L’ultima volta che gli chiesi aiuto frequentavo la seconda elementare: mia madre quel giorno mi disse di dire una preghiera, così avrei fatto bene il compito. Cosa che feci, ma Lui – l’Onnipotente -, con mio grande disappunto, non intervenne e il compito ne risentì, come la penna rossa della maestra, che si consumò.

Peggio ancora, qualche bipede attivo è propenso a pensare che il mio scetticismo dipenda dal fatto che consideri responsabile Lui – il Padreterno – della Francesina (il romantico nome con cui chiamo la distrofia muscolare di Duchenne): arridaje, ho anch’io una mente pensante, la volete capire? E poi, non sarebbe intellettualmente corretto “credere” solo per un personale tornaconto (e qui penso che il buon Francesco der Vaticano sarebbe d’accordo con me). Io, il Creatore, lo considero responsabile solo del brutto voto di cui sopra e di quella finale di Coppa dei Campioni persa, come spiegato precedentemente in questa rubrica. Sempre in ambito religioso, preferirei sorvolare sugli amici Testimoni di Geova, poiché vanno ghiotti dei disabili carrozzati: infatti, sentono sempre il bisogno di convertirmi con maggior tenacia rispetto alla classica citofonata della domenica mattina. Ora, io mi chiedo: faccio già i conti con la Francesina, perché devo farli anche con voi?

La fermata all’autogrill sarà invece l’occasione per far la conoscenza del bipedus distractus, e per scoprire quello che spesso gli scappa, e non mi riferisco alla pipì. A quest’ultimo, infatti, è vivamente consigliato di non intimare mai al francesino di “non muoversi”, giacché fa del non muoversi la sua filosofia di vita. Troppo spesso, infatti, le mie orecchie sono costrette a sentire: «Ti metto i freni e ti lascio qui un minuto, non muoverti!». E qui a scappare è il sarcasmo: «Non preoccuparti, non corri alcun pericolo». È anche sconsigliato chiedere quando si è a tavola: «Nicolò, mi puoi passare l’acqua?», poiché questo mi costringerebbe ad ammettere la mia maleducazione: del resto cosa mi costa allungare la mano per prendere una bottiglia d’acqua? Mentre mi lasciano sempre perplesso gli incontri del terzo tipo con i bipedis originalis, ovvero quei soggetti a cui mancano almeno una decina di rotelle, ai quali è severamente vietato allargare le braccia quando mi vedono in giro ed esclamare: «Poverino!» (l’ultimo a farlo in ordine cronologico teneva in mano Il Cittadino: ora dobbiamo chiederci qualcosa, io e voi lettori?). Oppure è meglio evitare, quando passo a distanza ravvicinata, dire tra sé e sé: «M…a, cuma l’è cunscià!», così come prendermi la mano per dirmi: «Pregherò per te, vedrai che guarirai», perché forse è meglio che sia io a intercedere per te… Ecco il casello, dove vi approdo con un gigantesco dubbio, che solo voi bipedi attivi potete aiutarmi a dissipare: quando affermate «stammi in gamba», come la devo interpretare? Vuole essere un augurio, come dire “stammi bene”, oppure vuole essere una maledizione, perché se sto in gamba io capite bene che mi devo mettere le mani nei capelli? Ah no, neanche questo posso fare… Neanche disperarmi, oh povero disabile “che non sono altro, soldi in tasca non ne ho, ma lassù mi è rimasto”… Ancora Lui?