Monza dà l’addio a Anna Sorteni: architetto, cofondatrice del Museo etnologico
Anna Sorteni

Monza dà l’addio a Anna Sorteni: architetto, cofondatrice del Museo etnologico

Architetto, Giovannino d’oro, la benemerenza della città di Monza, e figlia del primo sindaco di Monza dopo la Liberazione: è mancata sabato 16 febbraio Anna Sorteni.

Architetto, Giovannino d’oro e figlia del primo sindaco di Monza dopo la Liberazione: è morta sabato 16 febbraio Anna Sorteni. A darne l’annuncio, «addolorato», è stato nel pomeriggio il Consiglio del Museo Etnologico di Monza e Brianza e i collaboratori dello stesso del quale Sorteni era stata cofondatrice e presidente per oltre trent’anni. Le esequie si svolgeranno lunedì 18 febbraio alle 15 al Santuario di Santa Maria delle Grazie di via Monte Cassino, a Monza.

«Anna è stata per il Museo una Presidente necessaria e preziosa, per le sue competenze professionali, per la totale e instancabile dedizione, per l’assiduità della presenza nel corso del lunghissimo tempo in cui si è dedicata al Museo, per la capacità di stimolare progetti, con creatività, lungimiranza, passione e autorevolezza; per la forza con cui ha creduto e lavorato sempre, affinchè il Museo arrivasse ad avere una collocazione, adeguata alla ricchezza del patrimonio raccolto, custodito e conservato. E’ stata, per tutto questo, esempio e stimolo per quanti hanno collaborato alle attività del MEMB e continuerà ad esserlo in futuro» si legge sul sito del Museo.

A maggio dello scorso anno era stata intervistata per il Cittadino. Accanto per l’occasione aveva il marito, Eduardo Rescigno. E, tutto intorno, decine e decine di quegli oggetti che, per tutta la vita, aveva raccolto e conservato: anche quelli, come le migliaia di manufatti e di macchinari custoditi in alcuni locali al secondo piano della Villa reale, sopra il teatrino di corte, che appartengono alla collezione del Museo etnologico.

E aveva descritto l’idea del Museo, derivata: «dalla mania di non buttar via nulla e di raccogliere tutto, nata parecchi anni fa, con lo zampino di Pina Sacconaghi, pittrice monzese grande amica di famiglia: aveva ereditato dalla madre decine di ricami, di quelli che si facevano una volta. Insieme abbiamo iniziato a cercare un posto dove poterli esporre, ma non abbiamo riscosso grande successo. Dopo un incontro, deludente, al museo Poldi Pezzoli di Milano, ferme sul marciapiede con ancora la valigia piena di ricami in mano, l’illuminazione: dovevamo darci da fare per allestire il museo nella nostra città, un museo che avesse un concreto legame con il territorio. L’abbiamo fatto grazie alla collaborazione del club Soroptimist, cui appartenevo: era il 1978 quando abbiamo firmato l’atto per la sua costituzione».

E poi il ricordo più sentito: «Quello della prima mostra: la prima mostra non si scorda mai - aveva detto - Era il 1984 e in Villa reale il Memb ha allestito “Monza racconta il cappello”: è stata un’emozione grandissima». «Spero davvero che il museo possa trovare sede definitiva in Villa reale, magari in parte dell’ala nord finalmente ristrutturata. Ormai la collezione ha raggiunto i 25mila pezzi, che andrebbero ricatalogati secondo sistemi più moderni» aveva aggiunto.

E poi l’elogio a Monza: «Una città bella e ricca, ma soprattutto piena di idee. Ha una marcia in più» anche se non era stato amore a prima vista: «Diciamo che Monza si è dovuta tirar fuori dopo la crisi dell’industria del cappello e dopo la guerra: ho molto apprezzato questa capacità di riscossa» e un posto del cuore, la sua casa, in via Rovani: «ci abito da quasi mezzo secolo - aveva ricordato - Io e mio marito ci siamo conosciuti nel ’54 a Venezia, dove entrambi avevamo parenti: ci siamo incontrati sul vaporetto che ci portava al Lido. Al primo appuntamento siamo andati al cinema a vedere “I sette samurai”, di Akira Kurosawa, me lo ricordo ancora».

Senza dimenticare il mestiere di architetto: «Mi sono laureata al Politecnico di Milano nel 1955: ero una delle poche donne a seguire corsi del genere, all’epoca. Poi, ho iniziato a lavorare nello studio di mio padre, Leo Sorteni, in via De Amicis: era un ingegnere. Quando ha studiato lui, il politecnico a Milano non esisteva ancora: si è laureato a Torino. Alla sua morte, per un incidente, ho rilevato lo studio: era il 1960. Da un giorno all’altro, io che mi occupavo della progettazione, mi sono ritrovata tra le mani una lunga lista di cantieri da seguire e da visitare».

Aveva anche rammentato i lavori dei quali si era occupata, come: «il primo lavoro di fognatura di Varedo, ad esempio. Molti clienti di mio padre erano sacerdoti e non erano abituati ad avere a che fare con una donna per questi lavori: ho dovuto vincere la loro diffidenza, all’inizio nemmeno mi guardavano negli occhi. Mio padre ha progettato molte chiese qui: ne ricordo sei in un anno.Quella di San Rocco, a cui sono molto affezionata perché nel 1964 ci ho lavorato anche io: la riforma liturgica di quell’anno modificava l’orientamento del celebrante e, così, sono stati necessari interventi architettonici in questa e in tante altre chiese. Poi ho lavorato su asili, scuole, palazzi».

E infine aneddoti sul padre Leo, ingegnere e primo sindaco della città di Monza dopo la Liberazione: «Il comune era nei pasticci dopo la guerra, - aveva detto - ma mio padre e la sua giunta sono riusciti a raggiungere il pareggio di bilancio. Era un sindaco sui generis: non aveva stipendio, girava in motorino. Una volta, addirittura, visto che a Monza mancava la farina, è andato a prenderla di persona fuori città. Quello che gli interessava, era che la gente riuscisse a stare bene, e a vivere bene».

Il sindaco Dario Allevi, il 24 giugno 2018, in occasione della Festa di San Giovanni, nel consegnarle il Giovannino, aveva letto questa motivazione: «Fondatrice nel 1978 del MEMB, Museo Etnologico di Monza e Brianza, ne è stata Presidente fino ad oggi, dedicando la sua vita con passione e onestà intellettuale, al recupero delle tradizioni e alla diffusione della cultura, con particolare attenzione ai temi del lavoro e della produttività, tipici del nostro territorio: oggetti, macchinari e documenti sono stati catalogati per la prima volta quale memoria storica e testimonianze dell’evoluzione dei costumi cittadini»


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