Afghanistan, la testimonianza di Selene Biffi: «Mi hanno mandata a casa. Ma da qui attiviamoci per l’accoglienza»
Selene Biffi a kabul

Afghanistan, la testimonianza di Selene Biffi: «Mi hanno mandata a casa. Ma da qui attiviamoci per l’accoglienza»

Selene Biffi, 39 anni, imprenditrice sociale di Mezzago, lavora a Kabul come insegnante da dodici anni. È dovuta partire, ma spera di tornarci presto «a dare una mano».

«Mi hanno mandata a casa, per ora, ma avrei preferito restare per dare una mano per quanto possibile. Guardo con apprensione le notizie, e mi si stringe il cuore come non mai». Lo scrive più e più volte su Facebook Selene Biffi, 39 anni, l’imprenditrice sociale monzese tornata a casa, da Kabul a Mezzago, poco prima che scoppiasse l’inferno.

Un curriculum chilometrico il suo che racconta di una giovane che subito dopo la laurea in Bocconi non si è ancora fermata e fa e organizza e inventa per aiutare chi vive in Afghanistan dove Selene ha lavorato fino a pochi giorni fa.

«Faccio avanti e indietro da Kabul da 12 anni. Dei miei tanti viaggi, questa volta ero lì da febbraio 2021 e sono arrivata a casa poco prima della presa di Kabul del 15 agosto» spiega al Cittadino e una delle ultime cose che ha creato là è una scuola di cantastorie per ragazzi, quei giovani, soprattutto donne, che ora la contattano ogni giorno chiedendo aiuto e ai quali lei offre conforto e sostegno con raccolte fondi che invita tutti a sostenere.

«Da quando Kabul è caduta, non faccio che preoccuparmi, arrabbiarmi e, non ho vergogna a dirlo, piangere - scrive nei suoi post scusandosi per non poter dire altro sulla situazione afghana visto il ruolo che ricopre - perché sarebbe l’incubo più brutto quello che vediamo, se non fosse vero».
Tanti le chiedono: cosa possiamo fare noi da qui per il popolo e le donne agfhani? Lei risponde: sostenerlo economicamente e moralmente informandosi e facendo conoscere ciò che sta accadendo lì.

«Prima di essere mandata a casa, io stessa lavoravo su un progetto che avrebbe dovuto supportare 500 micro-imprese informali a gestione femminile, ma adesso è dura capire cosa succederà. Questo però non deve, non può!, fermare l’interesse e l’impegno che ognuno di noi può prestare all’Afghanistan e al suo popolo». Le parole di Selene sono chiare, sostegno e accoglienza: «Anche i brianzoli - ci spiega - potranno attivarsi con l’accoglienza, credo sia la cosa più diretta da consigliare per aiutare chi arriverà in Italia.

Sono molteplici le associazioni e le istituzioni che, nelle varie città, si stanno mettendo a disposizione per accogliere e fornire supporto a chi arriverà in Italia.

Anche in questo caso, si possono contattare le associazioni o le istituzioni (Comuni) locali per ulteriori informazioni e mettersi a disposizione per preparare e contribuire all’accoglienza. Se volete, potete cominciare da qui. Un’altra richiesta d’aiuto, per chi invece resta e resterà in Afghanistan, è poter continuare a lavorare: chiedono infatti che le aziende estere incarichino a loro le commesse per servizi, tech e altro.

C’è infatti chi resta e resterà in Afghanistan, impossibilitato a partire per tutta una serie di motivi, da quelli pratici - niente documenti, famigliari malati - a quelli meno immediati nel nostro pensiero: tante donne e ragazze non hanno il permesso delle loro famiglie a partire sole per recarsi all’estero, come nel caso di alcune ex-studentesse mie. È un fattore culturale, che non va sottovalutato, visto che la rete d’appoggio è fondamentale nella cultura afghana».


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