La curiosità: tre Paesi, sedici città e una quantità di voli impressionante
C’era una volta il Mondiale compatto. Quello dove un tifoso poteva vedere due partite in due città diverse prendendo un treno, un autobus o, nei casi più disperati, un taxi guidato da un uomo convinto di essere il cugino di Pelé. Nel 2026 invece il calcio entra ufficialmente nell’era del teletrasporto mancato.
Stati Uniti, Canada e Messico ospiteranno il primo Mondiale a 48 squadre della storia, ma soprattutto il primo in cui per seguire la propria nazionale serviranno più competenze da travel manager che da tifoso. Le sedici città coinvolte sono sparse in un continente intero. Non un Paese: un continente. Una differenza che sulle mappe scolastiche sembra minima, ma che al check-in pesa parecchio. L’idea romantica del tifoso itinerante rischia così di trasformarsi in una puntata estrema di “Pechino Express”. Si potrà tranquillamente passare da Vancouver a Miami, da Dallas a Città del Messico, accumulando più miglia aeree di un diplomatico. Durante gli Europei tedeschi del 2024, le città erano relativamente vicine e collegate da treni veloci. Nel 2026 invece alcune trasferte equivalgono a un Roma-Dubai con la sola differenza che all’arrivo ti aspetta Belgio-Corea del Sud.
Il tifoso medio dovrà affrontare una nuova figura tattica: il commercialista. Perché oltre ai biglietti delle partite arriveranno voli interni, hotel dai prezzi cosmici e spostamenti che potrebbero richiedere più pianificazione dello sbarco in Normandia. Gli organizzatori parlano di “festival continentale”. Le compagnie aeree parlano semplicemente di “estate record”. E poi c’è il jet lag. Un dettaglio secondario finché non ti ritrovi a esultare per un gol annullato due minuti prima, convinto di essere ancora nel fuso orario del Texas. Alcuni tifosi stanno già studiando strategie ibride. Vedere una partita dal vivo e le successive tre in aeroporto, ormai habitat naturale dell’appassionato moderno. Naturalmente Fifa presenta tutto questo come un simbolo di grandezza globale. E in effetti il torneo sarà gigantesco. Talmente gigantesco che per alcuni tifosi la vera impresa non sarà arrivare in finale, ma arrivare al gate corretto. Il paradosso è che il Mondiale nasce come festa popolare, ma rischia di diventare una disciplina endurance per persone con accumulo punti premium. Non più “seguire la nazionale”, ma “sopravvivere alla triangolazione Atlanta-Seattle-Toronto”. Alla fine il pallone rotolerà lo stesso, certo. Ma mentre gli allenatori parleranno di pressing alto e possesso palla, milioni di tifosi avranno un’unica ossessione tattica: capire se il volo per Houston parte dal Terminal B oppure dal remoto settore raggiungibile solo con navetta, mulo e preghiera.
di Marco Pirola
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La “camiseta” come una seconda pelle.
Inviaci la tua foto della squadra del cuore

C’è chi la mette appena uscita dalla lavatrice. Chi la conserva piegata come una reliquia medievale. Chi la bacia dopo un gol al 93°. E chi giura di averla addosso da talmente tanto tempo che ormai ha il suo stesso gruppo sanguigno. La “camiseta” non è un semplice pezzo di stoffa. È una seconda pelle. Anzi, spesso risulta più affidabile della prima. Perché la pelle normale cambia: si abbronza, invecchia, prende freddo.
La camiseta no. Lei resta lì. Fedele. Ostinata. Sudata, certo. A volte profumata come uno spogliatoio di Terza Categoria a luglio, ma sempre pronta a ricordarti chi sei davvero. Con lei abbiamo esultato sul divano rischiando la denuncia del condominio. Abbiamo pianto in silenzio dopo una traversa al 90°. Abbiamo litigato con arbitri che non ci sentivano. E soprattutto abbiamo pronunciato almeno una volta la frase: “Quest’anno vinciamo tutto”. Mentendo sapendo di mentire come solamente certi politici sanno fare. La camiseta attraversa generazioni. Passa dai padri ai figli, dai fratelli agli amici, dagli armadi alle finali perse male. C’è quella originale, quella tarocca presa al mercato, quella con il numero del campione e quella con il nome di un giocatore sparito misteriosamente dopo tre partite e un rigore sbagliato. Ma non importa.Perché quando la indossi succede qualcosa di magico: non sei più solo tu. Sei parte della curva, della storia, della sofferenza collettiva, dell’urlo liberatorio, del rito pagano della domenica. Ed è per questo che vogliamo vederla. Mandaci la tua foto con la maglia della squadra del cuore. Quella fortunata. Quella consumata. Quella che tua madre minaccia di buttare da dieci anni. Inviaci il tuo orgoglio calcistico senza vergogna. Perché certe passioni non si spiegano. Si indossano. Mondiali, Europei o torneo dell’oratorio: ogni tifoso ha una maglia della nazionale che considera più importante della carta d’identità. Indossatela con orgoglio, anche se porta ancora i segni di un rigore sbagliato nel 2002 o di un’esultanza finita male sul divano.
Le immagini vanno inviate a: graficimonza@ilcittadinomb.it.
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