A New Game* (Rudy Palermo)

Un blog per chi punta innanzitutto ad un bersaglio a 3.05 metri d’altezza, raccontato da un allenatore, ex-giocatore, cronista per cui una gara NBA ed un derby monzese di Seconda divisione rivela emozioni molto simili. Dedicato a tutti, da Michael Jordan all’impiegato che si sente tale quando, stressato dopo una giornata di lavoro, ricomincia tutto da capo, accartoccia il suo foglio e lo tira verso il cestino posto nell’angolo dell’ufficio. Perché la vita cambia profondamente quando conosci la pallacanestro.

*: espressione con cui “The Triangle”, giornalino scolastico dello Springfield College, definì un gioco inventato dal professor James Naismith, quello che noi oggi conosciamo come pallacanestro.

di Rudy Palermo
Lunedì 31 Dicembre 2018

Seduto in quel caffè – Werther Pedrazzi

 

<<Vedi quel pub? Lì non c’era un pub, ma un ristorante, dove mangiavo con i pasti omaggio di quando giocavo alla Candy Brugherio>>.

 

Pronti via e sei dentro in un altro tempo, neanche il tempo di sederti all’aperto, in un freddo (ma non troppo) sabato tardo pomeriggio prenatalizio. Arrivo tardi, non bene, ma la voce calda e profonda del mio interlocutore ne ha approfittato per fare i giri all’indietro dell’orologio della vita. E di vita ce n’è, anche più d’una. L’adolescente ribelle e incasinato, il professore, il giornalista, il nonno. E, off course, il cestista.

 

C’è Engin Atsur (in Meijners, per i pallavolisti) che aspetta, a Saronno. E aspetterà, perché oggi il giocatore-allenatore-giornalista incontra un altro giocatore-allenatore-giornalista, con tante stelle in più in ogni categoria.

 

Le stelle contano, non la categoria, quella fatela voi. Il racconto supera sempre la vita, ma più vite in un racconto… caspita! Altri tempi, altro basket, altro mondo. Si parte da un campetto in un convitto a Bergamo, il solito calcio (leggasi Atalanta) che preme, ma c’è il richiamo della palla a spicchi. E basket sia.

 

Werther Pedrazzi, uomo di montagna, ma dell’Appennino, salito in quella terra di mezzo tra Bergamo e Milano, si avvicina a Monza in corriera, da Cornate via Busnago. Prima il San Giuseppe, e poi lo Zucchi. Ci sarebbero, su quella corriera, gli amici di penna, che gli aprono le porte del giornalismo, partendo da quel “Lambro”, riedizione di un mensile del secolo precedente. Lui comincia con un intervista a Bob Lienhard, in odore di trasferimento (che avverrà) a Monza, sponda Forti e Liberi.

 

Forti e Liberi. Un manifesto, più che un nome, per Pedrazzi, o, come dice lui, <<L’imprinting>>. <<Non me ne sono mai andato, un gruppo fantastico>>. <<Si, ma allora, perché i rivali della Candy?>>. Sospiro e occhi al cielo. <<Era giunto il momento. Si stava costruendo il palazzetto Paolo VI, in allenamento gli avevo fatto un c…o così, mi han voluto, sono andato. Ma tornavo in Forti ad allenarmi di nascosto, una volta ruppi anche il tabellone. Baldoni, che sapeva, non me lo fece neanche pagare>>.

 

Ma in Forti ci era arrivato ben prima, anni ’60, catturato (ma guarda un po’) da Pino Ribolini. Lo accompagnava anche, da Busnago a Monza, sul pullmino Volkswagen o sulla 600 multipla, ma quando poteva delegava a Giorgio Casati. Un gruppo di amici, la Forti dei monzesi, <<…e per il basket di allora non esistevano in giro play forti come Giorgio Fustinoni>>.

 

A Brugherio cambia il concetto: arrivano pasti pagati (<<nel ristorante “Il Moro”, di fianco al Cinema Centrale>>. Oggi non c’è né l’uno né l’altro), le case a Monza città. <<Il primo anno mi mettono con un altro giovane da Udine. Penso che sia strano che ci lascino da soli, poi scopro che sotto di noi abitava un maresciallo dei carabinieri in pensione che ci doveva controllare ed evitare guai>>. Passa all’attico in via Libertà vista Resegone (ah, la montagna!) con Alberto Rago, arrivato da Virtus Bologna. A Brugherio è illuminato dalla sapienza di Jiri Baumruk prima (quelli dell'est non potevano stare fuori più di due anni) e Jaroslav Sip poi. <<Baumruk, 4 olimpiadi e 8 europei, ci sfidava con tiri da metà campo, e non faceva mai meno del 50%>>. Idoli? <<Terry Driscoll, ne copiavo i movimenti, soprattutto l’entrata da sinistra in scivolamento>>. E poi Bergamo, dove rifiuta trasferimenti importanti a Varese (<<Gianni Asti era un mio grande estimatore, mio padre andò a parlare, io rifiutai>>), Rieti poi vincitrice in Korac e Napoli. Ultima fermata Varedo, in B.

 

Le lancette corrono, e appese le scarpette al chiodo, c’è la professione di insegnante ad attenderlo, dopo la laurea in Geografia Economica. <<Un debito di onore con i miei genitori. Ma ai miei studenti dicevo che sarei stato esigente ma largo. E chiedevo di non rompermi…>>. Dalla cattedra al ritorno in palestra il passo è breve. <<Esco da un consiglio di classe, incontro Angelo Rovelli, GM della Candy, che cercava una scuola per la figlia. <<Ero fermo da 3 o 4 anni, ma mi convince e torno a giocare, al Monkeys di Milano. Mi diverto un mondo, ma Rovelli ha in mente per me la carriera di allenatore. Cedo una seconda volta>>. Il campo (il Cambini a Milano) è condiviso con la Pallacanestro Milano. Allora c’era l’ingegner Guidoni: di lui si dice che non abbia mai cambiato i mobili di casa perché tutto quel che aveva lo ha messo nella pallacanestro. Che lo ha ripagato, ad esempio, con la Coppa Campioni del Geas, la prima a livello femminile nello sport italiano (correva l’anno 1978, vedi qualche post fa su questo blog): Guidoni e la PallMilano sono 3 anni che perdono i playoff dalla D alla C. Vede Pedrazzi e lo fa allenare: 3 anni e 3 promozioni sino alla B2.

 

Allenatore in rampa di lancio, ed è già giornalista al Giorno. Con Claudio Pea scrive la rubrica ”Il Basket nel cestino”, temutissima dagli addetti ai lavori, mai risparmiati (come si usava un tempo). A dicembre ’90 arriva al chiamata di Desio: Werther tentenna, ma stavolta non si lascia convincere: dovrebbe smettere di scrivere, e preferisce smettere (per sempre) di allenare. Poi ci sarebbero anche leggende di quel tizio nella NBA…, ma questa è un’altra storia.

 

Non come quella di giornalista: prima volta da inviato per l’Unità (per mano di Silvio Trevisani, altro zucchino), Ciao Crem Varese-Virtus Bologna. Pedrazzi si vergogna ad entrare in sala stampa e scrive il pezzo in macchina sotto un lampione. Lo detta da una pizzeria di Masnago, interviene Trevisani al telefono per sgridarlo <<Guarda che i quotidiani escono la mattina dopo, non la sera>>. Ma il mattino dopo la correzione: <<Werther, non contarmela, non era il tuo primo pezzo. Domani vai a Orthez a seguire Varese di Sales>>. Ben fatto.

 

Di ritorno da un Europeo in Germania, scopre di esser stato “venduto” al “Giorno” di Franco Grigoletti, altro maestro. Non la prende bene subito (<<Non sono mica un pacco>>), ma poi decisamente sì.

 

Finisce al Corriere, fino a pochi mesi fa. Ma in realtà non smette mai. Werther Pedrazzi è uno che resiste, <<…per la purezza dei sentimenti, la possibilità, il fuoco sotto la cenere>>. Una lettera, la G, per due frasi manifesto: “Ho amato le stelle troppo profondamente per avere paura della notte” (Galileo) e “Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza” (Guevara, il Che).

 

Ora vive la sua nuova vita, non più solo marito (di Tiziana) e padre (di Tatiana e Alice), ma nonno di Martino, Remigio, Corinna, Werther e Giuditta, tutti tra i 7 e i 15 anni. <<Spero siano come me, ma più completi, che canalizzino meglio le passioni>>.

 

Come meglio? Il tempo è passato, Atsur aspetta, ma ne ho sentito davvero tante, di passioni che si sono concretizzate. Vita, anzi, vite, debordanti!

 

Ok, non son stato breve. Ma quando la vita deborda come fai a fermarti? Un’altra Monza, un’altra pallacanestro, un altro giornalismo. E il fuoco sotto la cenere. Quello per forza.

 

Ecco, seduto in quel caffè, la vita ha un altro aspetto.

 

di Rudy Palermo

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