Isis alle corde, tutti contro un unico nemico
Attacchi terroristici in un disegno di Stefano Misesti

Isis alle corde, tutti contro un unico nemico

Dopo 8 mesi Mosul è stata liberata dall’Isis. Un esperto conferma: «Primi successi, ma la libertà è lontana». IlCittadino Young ha intervistato Matteo Colombo, ricercatore Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).

Il 9 luglio del 2017 sarà una data che rimarrà nella storia per tutti gli iracheni perché,dopo 3 anni di dominio dell’ISIS su Mosul (28 giugno 2014), la città è stata liberata e questo è molto importante perché sono in gioco la sorte del Califfato, l’unità dell’Iraq, la creazione di sfere d’influenza turca e iraniana e la credibilità della coalizione nazionale anti-ISIS.

La battaglia iniziata il 17 ottobre scorso e si pensava che la stessa potesse concludersi entro dicembre, ma non è stato così e gli scontri continuarono.

Ad ogni giorno che passava, l’autostima del premier e delle milizie irachene diminuiva e, anche con l’aiuto dell’esercito sciita, supportato dagli americani, non si riusciva a battere l’ISIS. Il 9 luglio finalmente, dopo 9 mesi di conflitti, il premier dell’Iraq Haider al Abadi è arrivato in elicottero da Bagdad per congratularsi con le forze armate per la vittoria. Haider al Abadi ha camminato lungo le strade della città liberata tra le rovine e la polvere.

A partecipare a questa vittoria sono stati gli Usa con la propria componente aerea, le truppe irachene (compresi i volontari) che hanno addestrato, le unità dei Curdi della milizia Peshmerga, i combattenti Yazidi, le tribù sunnite locali, le varie formazioni armate sciite (organizzazione Badr) e gli hezbollah, ovvero quelli che Washinghton considera avversari perché aiutano l’Iran. Questo odio nei confronti degli americani è dovuto alle sanzioni a cui gli iraniani vennero sottoposti e anche perché questi ultimi sono nemici dei paesi del Golfo (Arabia,Emirati Arabi), che fanno gli interessi e sono alleati degli statunitensi. Grazie a questa specie di coalizione, le forze jihadiste sono state sconfitte.

Visto la potenza dell’ISIS, una parte di sciiti e sunniti, due fazioni da sempre in lotta,si sono uniti in una specie di tregua insieme anche alle tribù irachene per combattere le bandiere nere, e quindi lo stesso nemico comune nel nord Iraq, lasciando da parte gli scontri politici.

Il combattimento continua perché nella città vecchia si sentono ancora spari e i 20.000 civili che abitano in quella zona sono costretti a rimanere chiusi in casa per paura di essere bersagli da fuoco. Il prossimo obbiettivo del premier iracheno è proprio quello di rendere completamente sicura Mosul (capitale del Califfato).

Questa vittoria può creare le condizioni per la riapertura di un dialogo tra le diversi Paesi iracheni e riporterà in primo piano la questione dei territori contesi tra governo centrale e governo regionale del Kurdistan. Si tratta di un’occasione unica, forse l’ultima, per costruire un Iraq realmente “indipendente, federale e democratico”, come recita la costituzione irachena

Questa sconfitta dell’ISIS non porta nessuna sicurezza in più rispetto a quelle che si avevano prima della conquista della città perché le bandiere nere sono sparse per il mondo, non solo in Iraq.

Però la perdita di Mosul porterà l’ISIS ad avere difficoltà finanziarie (petrolio e cotone) e sarà costretto a compiere attentati in Europa per mantenere alta la propria immagine e portare avanti il proprio progetto.

L’Italia è forse uno dei paesi più sicuri da attentati perché combatte meglio il terrorismo rispetto ad altre nazioni e, come ha già fatto, riesce ad evitare le minacce.

Gli effetti della caduta della città rappresenterebbero un duro colpo per il Califfo al-Baghdadi. Certo, rimarrebbero Raqqa e altre importanti aree, ma il loro peso specifico non può essere comparato con quello di Mosul.

Raqqa sta per essere completamente liberata dai Curdi e dalle diverse milizie elencate sopra e questo farebbe scomparire il potere dell’ISIS in Iraq.

Nel frattempo, la televisione irachena Al Sumariya ha assicurato la morte del capo dell’ISISI Abu Bakr al Baghdadi. Le autorità dell’ISIS a Tel Afar (che l’ISIS considera la capitale del Califfato) hanno confermato la morte del Califfo e sono pronte a nominarne un altro.

Intanto l’11 luglio si è tenuto un incontro a Washinghton tra il capo del Pentagono, il generale James Mattis, e Roberta Pinotti, ministro della difesa. In questo ricevimento, il generale a nome degli Usa, ha chiesto maggior aiuto all’Italia per combattere le bandiere nere e per la ricostruzione e la messa in sicurezza di Mosul. Mattis ha spiegato che non si può lasciare il governo della città appena liberata in mano all’esercito o alle milizie dei combattenti, ma serve una solida polizia locale.

Inoltre la ministro della difesa italiano Pinotti ha dichiarato, «siamo presenti in forze anche in Afghanistan con 950 militari, anche qui siamo disponibili a spostare personale da una funzione all’altra se sarà più utile».

Quello che sta accadendo a Mosul e a Raqqa è tema di politica internazionale. Matteo Colombo, ricercatore Ispi, (Istituto per gli studi di politica internazionale), studia all’università di Milano ha fatto della politica internazionale il suo lavoro. Sua l’analisi dei fatti.

Dottor Colombo che cosa succede a Raqqa in Siria?

In questo momento le forze siriane, stanno attaccando Raqqa. Sono attive nel nord-est della Siria e sono sostenute soprattutto dagli Usa. Lo scontro si risolverà con la sconfitta dell’ ISIS. Tuttavia, la forte presenza di combattenti curdi tra le fila della forze siriane potrebbe portare ad alcune tensioni con la popolazione locale di maggioranza araba. Inoltre è importante sottolineare che le Forze Siriane sono in parte formate dai combattenti curdi delle Unità di Protezione Popolare (YPG) e dai PKK: un movimento curdo che ha sempre combattuto i turchi per l’indipendenza.

Cosa farà l’ISIS quando perderà entrambe le città? E quali saranno le ripercussioni in Europa?

L’ISIS punterà a rendere ingovernabile il territorio che ha perso negli ultimi anni indebolendo l’autorità statale attraverso azioni violente e punterà a guadagnare il consenso dei cittadini siriani e iracheni. ISIS potrebbe cercare di controllare i traffici d’armi e di petrolio per finanziarsi, poi potrebbe puntare a difendere i suoi territori per tornare ad organizzare attività terroristiche nelle zone recentemente perse. Tale strategia avrebbe per il Califfato l’obiettivo di presentarsi in Medio Oriente come il difensore dei musulmani sunniti dalle violenze sciite. Infine l’ISIS potrebbe cercare di rafforzare la propria presa sulla popolazione musulmana sunnita, organizzando attentati di grande impatto come quelli avvenuti a Londra e Berlino. In questi casi si parla di individui che organizzano gli attentati per conto proprio agendo per il Califfato. Tale scelta avrebbe gravi ripercussioni sui paesi europei.

È vera la morte del califfo? Perchè l’ISIS dovrebbe confermare la morte del proprio capo indebolendo ancora di più la propria immagine?

Le informazioni che abbiamo non consentono di dare una risposta definitiva sulla morte del Califfo Abu Bakr. Tuttavia, l’eventuale morte del capo dell’ ISIS rappresenta una grave sconfitta per lo Stato Islamico, che si aggiunge a quelle militari di Raqqa e Mosul. L’ISIS comunque difficilmente confermerà l’eventuale morte di Abu Bakr senza aver nominato un successore.

L’Iraq dopo la cacciata dell’ISIS ritornerà solido?

L’Iraq probabilmente avrà difficoltà ad essere un paese stabile per diversi anni. Nei prossimi mesi la zona nord, a maggioranza curda, indirà un referendum per ottenere l’indipendenza. Inoltre restano forti le tensioni di diversi gruppi sciiti e della minoranza arabo-sunnita nei confronti del governo centrale. Un altro elemento che potrebbe compromettere il futuro del paese è quello delle ingerenze iraniane, legate al sostegno più o meno esplicito di Teheran verso alcuni gruppi religiosi e politici.

(Ha collaborato Luca Panzetti, 3B liceo scientifico liceo Maxwell, Milano)

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