Mafia  a Monza e in Brianza: il clan voleva anche la ex Borsa?
Inchiesta antimafia: cessione di denaro tra Micelotta e Palmieri (Foto by Redazione online)

Mafia a Monza e in Brianza: il clan voleva anche la ex Borsa?

Creare provviste occulte di denaro contante. Da versare alla mafia catanese. Soldi che provenivano anche dalla Brianza, come hanno accertato gli inquirenti della Dda che hanno dato esecuzione a 15 misure cautelari con varie accuse di associazione a delinquere. Nelle carte emerge anche un misterioso “comandante” che suggerisce lavori all’ex Borsa.

Creare provviste occulte di denaro contante. Da versare alla mafia catanese. Soldi che provenivano anche dalla Brianza, come hanno accertato gli inquirenti della Dda che, nei giorni scorsi, hanno dato esecuzione a 15 misure cautelari con varie accuse di associazione a delinquere finalizzata al compimento di reati tributari, con l’aggravante di aver agito per agevolare il clan mafioso dei Laudani.

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Supermercati - È l’inchiesta che ha svelato “l’asservimento” di alcuni funzionari dei supermercati Lidl (parte offesa), messi a libro paga per ottenere commesse a vantaggio delle imprese riferibili alla cosca, che aveva allungato le mani addirittura sulla gestione del servizio di vigilanza privata del tribunale di Milano. Indagine, coronata dal blitz della Guardia di Finanza di Varese e della Squadra Mobile di Milano, che presenta molte ramificazioni in Brianza.

Tra gli indagati ci sono un medese, Giacomo Politi, col ruolo di “capo e promotore”, il ristoratore Vincenzo Strazzulla, titolare di una pizzeria a Lissone (ai domiciliari), stessa città sede dello studio del commercialista Antonino Ferraro, anch’egli fra i destinatari della misura restrittiva emessa dal gip Giulio Fanales su richiesta del pm della Dda Paolo Storari.

Inchiesta Lidl

Inchiesta Lidl
(Foto by Roberto Magnani)


Ex del San Gerardo -
E ancora un ex dipendente dell’ospedale San Gerardo di Monza, Elia Orazio, in carcere come Politi e Ferraro, cessioni di denaro a Lissone e Muggiò, e l’interessamento ad affari pubblici tra le città di Monza e Seregno, come emerso dagli atti. Molti gli aspetti ancora da chiarire, a partire dalle presunte complicità all’interno delle forze dell’ordine. In particolare due esponenti della Guardia di Finanza, di Monza e Lissone, che avrebbero passato informazioni riservate sulle indagini, ma che comunque, allo stato attuale, non risultano identificati.

Boccassini: «Laghetto sicuro» - La mafia catanese, dunque, fa affari al nord, Brianza compresa. Per coloro che volevano corrompere: «Era come pescare in un laghetto sicuro: sapevano esattamente chi, come e dove trovare le persone da corrompere», ha detto la responsabile milanese della Dda, Ilda Boccassini.

«Corrompere in Italia è facile» e «si pagano non solo i funzionari e i dipendenti ma anche i pensionati e chiunque possa avere influenza o segnalare i corruttibili».
«Siamo di fronte a fatture false anche di mille o duemila euro - hanno spiegato gli inquirenti - Volumi non elevati, per scelta».

Abbassare la soglia dei movimenti di liquidità (otto i viaggi documentati dalle indagini) rappresenta: «L’evoluzione del sistema di corruzione in Italia». E i Laudani, ha detto ancora il procuratore aggiunto Ilda Boccassini: «Sono una famiglia ritenuta il braccio armato di Nitto Santapaola». Lidl Italia si è dichiarata completamente estranea a quanto diffuso in relazione all’operazione gestita dalla Dda.

L’azienda ha fatto sapere di essersi: «Messa subito a disposizione delle autorità competenti, al fine di agevolare le indagini, e fare chiarezza sull’accaduto». Le misure cautelari sono state emesse dal Gip di Milano, su richiesta della Dda, che ha disposto anche 60 perquisizioni tra Lombardia, Piemonte, Puglia e Sicilia, oltre a sequestri preventivi di beni immobili, quote sociali, disponibilità finanziarie e ordinanze di amministrazione giudiziaria nei confronti di società operanti nel settore della grande distribuzione e della vigilanza e sicurezza privata. Secondo quanto si è appreso, tra le società coinvolte vi sarebbero anche alcune società del consorzio che ha in appalto la vigilanza privata del Tribunale di Milano.La Boccassini ha però precisato che questo non avrebbe pregiudicato la sicurezza del Palazzo di Giustizia.

L’ex Borsa? - Quel progetto, indicato da un misterioso “comandante”, per la “riconversione di una struttura edilizia” già esistente all’interno del parco della Villa Reale in una scuola. È il 2 febbraio 2016, e di questo presunto affare, non meglio specificato nell’ordinanza del gip ne parlano Orazio Elia, ed Emanuele Micelotta. Il primo, classe 1951, nato a Galatone, in provincia di Lecce, è un ex dipendente dell’azienda ospedaliera del San Gerardo, dove ha lavorato fino al 2008. Il primo è stato uomo vicino al senatore (e farmacista) monzese Andrea Mandelli (estraneo alle accuse), come ha rivelato ieri il Corriere della Sera. Sul quotidiano di via Solferino si parla di oltre mille contatti nel biennio 2014-2016 con Elia, e di una comune appartenenza alla Associazione Sviluppo e Libertà. Contattato telefonicamente mercoledì mattina, Mandelli si è limitato a dire di: «lasciar lavorare i magistrati».

Nel delineare la figura di Elia, il gip Guilio Fanales fa riferimento ad una conversazione tra questo e Micelotta, nella quale si parla della “riconversione di una struttura edilizia, già esistente all’interno del parco della Villa Comunale di Monza, in una scuola, con la conseguente opportunità per l’interlocutore di rendersi aggiudicatario dell’intero appalto, o di una sua parte”. L’affare pare essere il recupero dell’ex Borsa, ed Elia riferisce a Micelotta della possibilità di inserirsi. Elia si riproponeva, dunque, “di mettere in contatto il Micelotta con alcuni esponenti politici locali”, riferendosi il gip probabilmente ai pubblici amministratori monzesi. L’ordinanza non chiarisce ulteriormente i contorni della vicenda. Né probabilmente è emerso chi possa essere questo “comandante”. Altre indicazioni sospette sulla possibile capacità di penetrazione nei gangli vitali dello Stato da parte degli indagati, provengono dal presunto coinvolgimento di un esponente della Guardia di Finanza di Monza (che gli accertamenti investigativi non hanno identificato). Il militare avrebbe, nei discorsi degli indagati, dato informazioni riservate su indagini in corso. Il commercialista di Lissone Antonino Ferraro ne parla come di “una fonte super certa, voce interna…interna da Monza”.

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